

Menzione Speciale Tragos 2023
Questo testo teatrale ha vinto una menzione speciale all’edizione 2023 del Concorso Tragos per il teatro con la seguente motivazione: “Per aver saputo cogliere lo spirito del romanzo di Mary Shelley, trasponendo in una realtà fatta di solitudine e di ricerca di una bellezza che è sempre “oltre”, portando sul piano della parola le cicatrici del mostro attraverso la costruzione di un linguaggio popolare carico di suggestioni, in un cammino che si compie nel momento in cui il rancore e la rabbia cedono il passo al ritorno della speranza”
“Una grande fortunata sorpresa del Festival è stata, “Franchenstain” della compagnia Replicante teatro, proveniente dalla Val D’Aosta, protagonista Andrea Damarco che ne scrive anche il testo e la drammaturgia. Uno spettacolo non solo appannaggio degli adolescenti che stanno formando la loro personalità ma in cui tutti possono riconoscersi. Perché nel famoso personaggio creato da Mary Shelley nel 1817, nelle sue imperfezioni, nella sua grazia e nel suo furore ci possiamo veramente tutti ritrovare. Con un linguaggio di ispirazione testoriana, grezzo, ma dai tratti intimamente poetici, la creatura si presenta in tutta la sua voglia di vivere, in tutto il suo primordiale e disinteressato innamoramento del mondo, nella sua voglia di assaporarlo con tutti i gusti possibili, cogliendo la bellezza in tutte le creature che trova, nella natura, nelle farfalle, negli animali, nella luna, nelle forme e nell’essere dell’altro sesso. E addirittura, attraverso il suo sentire così apparentemente imperfetto, di ogni cosa con cui viene in contatto, ne percepiamo ancora di più l’intima bellezza.
Sembrerebbe strano per un uomo così grosso e così deforme, quasi impossibile, ma così è : dentro di lui, nonostante le apparenze, cresce un’anima gentile e capace di osservare il mondo in tutta il suo vario splendore. Ma un uomo così grosso, così deforme, può avere un posto adeguato in una società siffatta che pensa di avere solo in sé tutte le perfezioni del mondo. Ma noi, si domanda Frankenstein siamo o non siamo le cose che portiamo dentro, cosa vi importa dell’aspetto esteriore, dice cambiandosi anche l’abito.Ma non basta, il mondo a cui decide di andare incontro non lo accetta e allora sbotta “Si non si può operare il bene, che non te o lascian fare! si può operare il male, alora: idee no ne mancan!” e come ha ragione e ne vediamo sempre più gli effetti!
È preso da così tanto furore il nostro protagonista che con la sua forza spaccherebbe ogni cosa… ma ne vale la pena? L’unica soluzione è andare da dove è venuto, perdersi nelle onde del mare di cui ancora una volta ci indica la bellezza. La presenza dell’attore è accompagnata, oltre che da una musica significante, anche ai suoi piedi da un video che ce ne offre, attraverso delle immagini tutte le emozioni. (la sua posizione poi andrebbe a nostro avviso modulata a seconda dello spazio scenico prescelto per offrire a tutto il pubblico una completa e agevole visione). Davvero un’inedita versione dell’iconico personaggio creato da una scrittrice appena diciannovenne, quella proposta da Damarco, che attraverso la figura di Frankenstein ci mostra non solo come il nostro sguardo, spesso, non vada al di là delle apparenze ma nel medesimo tempo ci accompagna a osservare sia le innumerevoli sfaccettature dell’animo umano, sia in modo insolito a osservare l’infinita bellezza che ci riserva il creato.”
Mario Bianchi – EOLO
30esima Edizione Giocateatro 2026
FRANCHENSTAIN
Alcune riflessioni…
Parecchi anni fa scelsi di affrontare la creatura di Mary Shelley – “Frankenstein” – accogliendo il suo impianto narrativo e mettendo in scena il suo romanzo: un uomo che rifiuta la morte, in una sfida indecente, crea da essa stessa la vita abbandonandola poi al suo misero destino… La drammaturgia di allora, in una sorta di delirio schizofrenico, contemplò il padre e il figlio come due facce di una stessa medaglia; e Frankenstein (padre) e Frankenstain (figlio) si sbranavano attraverso un monologo in due tempi in cui padre e figlio, appunto, si distruggevano attraverso lo smembramento del corpo dell’attore che diventava un vero e proprio campo di battaglia.…
Oggi, ho scelto di rivedere questa icona gigantesca e riconsiderare la figura del “mostro” (dal latino: monstrum, prodigio, cosa straordinaria) coinvolgendola in un altro viaggio, “un viaggio in solitaria”, un viaggio qui e ora: hic et nunc; un viaggio in cui della figura di Victor (del padre), non v’è più alcuna traccia.
L’impulso è stato quello di dedicarmi al risultato di certe scelte, di certe nevrosi, di certe cecità, e lavorare, quindi, intorno alla condizione della solitudine che ne scaturisce e che, più di tutto, caratterizza la figura del “Frankenstein figlio”… Una solitudine (apparentemente) senza soluzione che costringe un uomo a dover apprendere, in totale isolamento, come funziona il mondo e trangugiare, senza possibilità di appello, le sue regole spietate e i suoi ottusi paradigmi. Una solitudine che lo costringe a procedere senza la possibilità di un confronto, senza la possibilità di stabilire un contatto umano, e imparare, e apprendere, senza l’esperienza di una relazione umana alla pari… Per scoprire, però (e qui il “Frankenstein” di Mary Shelley si trasforma nel “Franchenstain” di Replicante: il camminante, che evolve e si incammina, come suggerisce il poeta Keats, nella “valle in cui fare anima”), che il mondo, forse, esiste anche senza di noi e/o malgrado noi; e la poesia e la bellezza del mondo diventano, o possono diventare, il luogo e la modalità in cui e con cui coltivare un nuovo sguardo capace di curare ogni ferita e farsi antidoto al veleno di ogni paura. Il mondo ci fa ammalare ma – anche – ci guarisce.
L’anima non si spaventa mai. È la mente che cade di panico in panico. Ecco perché rafforzare lo sguardo dell’anima e non della mente; e questo Franchenstain, a differenza di quello della Shelley, si salva perché non smette di essere bambino nella sua modalità con cui osservare il mondo e raccontarselo.
Il desiderio che ha mosso questo lavoro è stato quello di indagare il processo di apprendimento come fosse una solitaria preghiera. Una preghiera che sboccia dall’incanto che scaturisce a sua volta dalla contemplazione del mondo, e che rischia di appassire come un fiore trascurato a causa dello sgomento provocato da un rifiuto costante perpetuato nei confronti di un soggetto discriminato “per principio”; una preghiera disposta a trasformarsi in bestemmia proprio per giungere fino all’essenza più profonda di se stessa e lì ritrovarsi e salvarsi.
Ho scelto di iniziare con una citazione fotografica (purtroppo famosissima): quella del bambino di Bodrum che giace conficcato nella sabbia di una spiaggia in Turchia, perché rifiutato – a priori – da un mondo, il nostro, che aveva scelto, senza appello, che non ci sarebbe stato posto per lui. Ho scelto di condividere, per l’inizio di quest’azione teatrale, lo stesso luogo di partenza: una spiaggia. Una spiaggia in cui risvegliarsi dalla morte, però, e tentare di verificare se davvero sia possibile confermare che da noi proprio non ci sia posto per qualcuno.
Franchenstain (di Replicante) è tutte le volte che qualcuno arriva e non è il benvenuto. Tutte le volte che sfugge il senso del nostro essere qui e ci assale lo sgomento. Ma, a differenza di quello di Mary Shelley, il nostro Franchenstain sceglie di non cristallizzarsi in quel rifiuto, in quello sgomento, ma di trarre da quel rifiuto, e da quello sgomento la forza necessaria per camminare avanti cambiando, non solo direzione, ma obiettivo e fare del mondo “la valle in cui fare anima”.
La drammaturgia si affida all’energia del monologo, un monologo in cui le cicatrici del “mostro” non stanno sul corpo dell’attore, ma sulla parola che, come sguardo sul mondo, si tira dietro il tormento di una solitudine e le sue sbandate. L’installazione virtuale di Andrea Carlotto è azione solidale e dinamica a questo viaggio dell’anima in cerca di una patria in cui tornare con un tesoro da restituire attraverso talenti che ha tentato di far fruttare. È mondo, è vita che pulsa nel cuore, e che tracima sul pavimento del teatro (un piccolo schermo bianco), come un’emorragia di visioni.
Andrea Damarco
“Una grande fortunata sorpresa del Festival è stata, “Franchenstain” della compagnia Replicante teatro, proveniente dalla Val D’Aosta, protagonista Andrea Damarco che ne scrive anche il testo e la drammaturgia. Uno spettacolo non solo appannaggio degli adolescenti che stanno formando la loro personalità ma in cui tutti possono riconoscersi. Perché nel famoso personaggio creato da Mary Shelley nel 1817, nelle sue imperfezioni, nella sua grazia e nel suo furore ci possiamo veramente tutti ritrovare. Con un linguaggio di ispirazione testoriana, grezzo, ma dai tratti intimamente poetici, la creatura si presenta in tutta la sua voglia di vivere, in tutto il suo primordiale e disinteressato innamoramento del mondo, nella sua voglia di assaporarlo con tutti i gusti possibili, cogliendo la bellezza in tutte le creature che trova, nella natura, nelle farfalle, negli animali, nella luna, nelle forme e nell’essere dell’altro sesso. E addirittura, attraverso il suo sentire così apparentemente imperfetto, di ogni cosa con cui viene in contatto, ne percepiamo ancora di più l’intima bellezza.
Sembrerebbe strano per un uomo così grosso e così deforme, quasi impossibile, ma così è : dentro di lui, nonostante le apparenze, cresce un’anima gentile e capace di osservare il mondo in tutta il suo vario splendore. Ma un uomo così grosso, così deforme, può avere un posto adeguato in una società siffatta che pensa di avere solo in sé tutte le perfezioni del mondo. Ma noi, si domanda Frankenstein siamo o non siamo le cose che portiamo dentro, cosa vi importa dell’aspetto esteriore, dice cambiandosi anche l’abito.Ma non basta, il mondo a cui decide di andare incontro non lo accetta e allora sbotta “Si non si può operare il bene, che non te o lascian fare! si può operare il male, alora: idee no ne mancan!” e come ha ragione e ne vediamo sempre più gli effetti!
È preso da così tanto furore il nostro protagonista che con la sua forza spaccherebbe ogni cosa… ma ne vale la pena? L’unica soluzione è andare da dove è venuto, perdersi nelle onde del mare di cui ancora una volta ci indica la bellezza. La presenza dell’attore è accompagnata, oltre che da una musica significante, anche ai suoi piedi da un video che ce ne offre, attraverso delle immagini tutte le emozioni. (la sua posizione poi andrebbe a nostro avviso modulata a seconda dello spazio scenico prescelto per offrire a tutto il pubblico una completa e agevole visione). Davvero un’inedita versione dell’iconico personaggio creato da una scrittrice appena diciannovenne, quella proposta da Damarco, che attraverso la figura di Frankenstein ci mostra non solo come il nostro sguardo, spesso, non vada al di là delle apparenze ma nel medesimo tempo ci accompagna a osservare sia le innumerevoli sfaccettature dell’animo umano, sia in modo insolito a osservare l’infinita bellezza che ci riserva il creato.”
Mario Bianchi – EOLO
30esima Edizione Giocateatro 2026















