
L’ultima notte di Don Giovanni
concerto per attori e chitarra elettrica
con
Marco BRUNET
Andrea DAMARCO
Lilliana NELVA STELLIO
musiche originali: Marco BRUNET
drammaturgia: Andrea DAMARCO
ideazione live: Lilliana NELVA STELLIO
architetture sonore: Luca MINIERI
Don Giovanni e Edmond Rostand
Con Mozart e Da Ponte Don Giovanni raggiunge il punto più alto… dopo, per lui, non resta che l’inferno…
Per tutto l’Ottocento, Don Giovanni non farà altro che sprofondare sempre più nella sua crisi esistenziale. Impigliato nel Romanticismo prima e nel Decadentismo poi, non troverà più quella libertà di spirito che gli aveva consentito di assaporare i piaceri della vita. Non solo, ma durante l’Ottocento prende anche un brutto vizio… quello di innamorarsi. Così, tutta la leggerezza che gli aveva consentito di svolazzare tra note e gambe scompare e, da “angelo dell’amor crudele”, si trasformerà in un “Icaro precipitante” destinato a schiantarsi in quella fratta di teoremi sempre più complicati, sempre più pesanti, che lo inghiottiranno in un oceano di elucubrazioni…
Edmond Rostand, autore del fortunato Cyrano, scrive La dernière nuit de Don Juan che verrà pubblicato (e anche rappresentato) dopo la sua morte (2 dicembre 1918).
Edmond Rostand non può essere definito un naturalista o un simbolista, non è uno scrittore d’avanguardia e nemmeno un autore comico, ma sostanzialmente un poeta che, in piena belle époque, si dimostra pienamente consapevole della metamorfosi storica avvenuta e, senza tentare di ridar vita ad un corpo ormai esangue, ci restituisce un mito ancora capace di stupire…
Il suo Don Giovanni comincia là dove finisce quello di Mozart, e cioè nella discesa all’inferno ad incontrare il diavolo, al quale è legato da un rapporto che non è quello della vittima nei confronti del proprio carnefice ma, piuttosto, quello di un dipendende nei confronti del proprio datore di lavoro: Don Giovanni è il sicario del diavolo… Un sicario che, obbligato a stendersi sul lettino di un precoce psicoanalista (il diavolo stesso), attraverso un gioco di riflessi (anche l’ambientazione – Venezia – è il luogo dei riflessi) indaga su se stesso…
L’ultima notte di Don Giovanni
Se il famoso Cyrano rostandiano altro non è che un Don Giovanni della parola che, consapevole della sua bruttezza, non ama gli specchi e va a riflettersi nell’Altro, nel prestante ma inconsistente Christian, Don Giovanni, consapevole di essere un mito, per restare vivo necessita di specchi (che lui non teme, anzi, li ha inseguiti e celebrati per tutta la vita) che lo riflettano, perché tutto ciò che gli resta è la contemplazione di ciò che è stato…
Ma chi è stato in realtà?
… Voci e ombre (del passato e delle sue mille e tre amanti), chiamate a rivivere da un diavolo che (per l’occasione) si “fa” anche Paracelso, a poco a poco gli levano tutto, lo spolpano, brano a brano e, Don Giovanni, da grande tessitore di inganni, si scopre insetto impigliato nella tela che lui stesso aveva tessuta…
Il verdetto del diavolo (che poi è un ennesimo riflesso di Don Giovanni stesso) è tremendo e coerente col gioco del riflesso: Non il fuoco eterno, ma l’eterno teatro! In un piccolo inferno di tela, il teatrino dei burattini, confinato in un palcoscenico delle dimensioni di una scatola, sarai condannato a recitare te stesso: l’eterno adultero su uno sfondo azzurrino…
Andrea Damarco
Certi progetti rimangono per anni tra le pieghe dei desideri.
Forse è per questo che non si abbandonano.
Uno tra questi voleva in forma “live” un impasto tra il Teatro e la protagonista assoluta della musica rock, blues ed haevy metal:
la Chitarra Elettrica: suono distorto, trasgressore – benedetto/maledetto – e mito indomito di eccessi e dannazioni…
Andrea arriva con un testo, c’è il Don Giovanni in questione…: un mito in attesa di essere suonato come si deve!
Don Giovanni: vizioso, immorale, sfrenato – benedetto/maledetto – che si consuma consumando…
La commistione è istantanea. È un connubio brutale, malinconico, ed inquieto insieme, degno di un mondo crudo e tragico: il nostro.
E, come sempre accade alle cose che devono accadere, anche l’occasione di collaborare con Marco (amico, musicista e chitarrista “consumato”), si fa concreta…
E, la “materia rock” si compone, via-via, ruvida, graffiante, languida, diretta… in osmosi con la drammaturgia di Andrea e con il fatale crollo del mito di Don Giovanni…
Don Giovanni: burattino in permanente rappresentazione di sé stesso; calcolatore usa-e-getta di un mondo femminile chiamato – anch’esso – a recitare la sua parte…
Don Giovanni: burattino-collezionista di donne, e dei loro dolori (di cui lui stesso è l’artefice), che infligge lacerarando, corrompendo, dominando, possedendo: vivi-per-me-soffri-per-me… Ninon, Agata, Lucilla, Chantal, Amanda, Isabeau … tutte…
Son 1003!
Don Giovanni: infelice riflesso della nostra contemporaneità superficiale, egoista…
Tra le note distorte dalla nostalgia e tra gli accordi, a tratti ludici e contorti, le vittime di Don Giovanni, non più burattini delle farse d’amore, ma oramai solo ombre e spettri della coscienza, lo accompagnano sulla soglia dell’ultimo sipario: non l’inferno – che scongiura senza rimorsi – ma l’eterno teatrino del Gran Burattinaio. Una dannazione insospettata, ma spietata quanto la sua malvagità…
(Da Molière: “… gli uomini acconsentono di buon grado ad essere malvagi ma non potranno mai sopportare di essere ridicoli…Il teatro è di grande efficacia: un gran colpo per tutti i vizi degli uomini, l’esporli così alla derisione universale”).
Un Requiem per Don Giovanni… poi, gli ultimi accordi di una Chitarra chiudono il siparietto.
Lilliana Nelva Stellio
La promiscuità è stata alla base del nostro lavoro musicale…
Si comincia e si finisce con quanto di più “dark” Mozart abbia mai scritto: l’ouverture del Don Giovanni e il Dies Irae dalla Messa K 626. Dentro c’è di tutto: i temi classici, seppur trasfigurati, si alternano a quelli originali, i momenti “hard” a quelli “soft”.
Credo che questo spettacolo possa essere definito un incontro a metà strada.
Da una parte la chitarra, che non vuole commentare ma che ambisce a diventare personaggio, dall’altra gli attori, le voci, che diventano parti musicali, sorgenti di suoni ancor prima che di parole.
Marco Brunet
Parte I
Parte II
Parte III

Settimana teatrale all’Area
un progetto originale di Barbara Caviglia e Andrea Damarco
Aosta, Area Megalitica di Saint Martin de Corléans / 1 – 7 novembre 2018
L’Area Megalitica di Saint Martin de Corléans si trova a sei metri sotto il livello della realtà attuale. Si trova a seimila anni da qui. Il teatro nasce a metà strada tra i solchi delle arature megalitiche e i solchi della nostra esistenza. Entrambi sono qui, in equilibrio in una compresenza di presenti.
Il teatro lavora sul qui e sull’ora attraverso le visioni dell’uomo: qualcuno vede una cosa – nell’attimo in cui la vede quella cosa è – il teatro la rende esistente.
Ogni volta in teatro si compie un rito: attraverso un atto espressivo e vivente di contemplazione, l’uomo agisce il mistero con la sua carne, le sue ossa, il suo respiro.
Questo il motivo che ci ha fatto desiderare di condividere in questo recinto sacro che è l’Area Megalitica di Saint Martin de Corléans una Settimana di Teatro e Dialoghi con il pubblico.
Barbara Caviglia e Andrea Damarco
Sezione matinées
Speciale scuole
5, 6, 7 novembre 2018 – ore 10.00
Collettivo Progetto Antigone
Direzione artistica Letizia Quintavalla
PAROLE E SASSI
LA STORIA DI ANTIGONE PER LE NUOVE GENERAZIONI
con
Barbara Caviglia
LA TRAGEDIA GRECA RACCONTATA ALLE NUOVE GENERAZIONI
Antigone, antica vicenda di una giovane donna che lotta per i propri diritti in una società maschile, è stata narrata nei secoli a partire dal dramma scritto dal poeta greco Sofocle nel 440 a.C. Ora venti attrici riunite in Collettivo la raccontano – ognuna nella propria regione e solo con un piccolo patrimonio di sassi – alle nuove generazioni, con l’obiettivo che possano conoscerla, ricordarla e raccontarla a loro volta.
Sezione pomeridiana
DIALOGHI
3, 4, 5, 6, 7 novembre – ore 17.00

3/11 GAETANO LETTIERI, professore ordinario di Storia del cristianesimo e delle chiese, Sapienza Università di Roma
4/11 GIANFRANCO ZIDDA, dottore in Lettere, Archeologia e studi classici, del Mediterraneo Antico e del Vicino Oriente; funzionario Sovrintendenza ai Beni culturali della Valle d’Aosta
L’interpretazione difficile. Ipotesi di identificazione di personaggi raffigurati nella statuaria antropomorfa megalitica di Aosta

5/11 ANDREA DÉSANDRÉ, insegnante; ricercatore presso l’ Istituto storico della resistenza e della società contemporanea di Aosta

6/11 ENRICO PIERGIACOMI, storico della filosofia antica e collaboratore di ricerca post-doc, Università degli studi di Trento; studioso di teatro

7/11 ENRICO MONTROSSET, studioso di filosofia
Sezione soirées
dal 1° al 7 novembre 2018 – ore 21.00
Replicante teatro
I DUE ABISSI DI SPICA
un rito sonoro
un progetto di Barbara Caviglia e Andrea Damarco
ideazione e regia
Barbara Caviglia e Andrea Damarco
drammaturgia
Barbara Caviglia
con
Barbara Caviglia e Andrea Damarco
composizione della tessitura musicale ed esecuzione dal vivo
LabPerm: Domenico Castaldo, Ginevra Giachetti, Marta Laneri, Rui Albert Padul, Natalia Sangiorgio
sound
Luca Minieri
luci
Paolo Lamberti
live visuals
Andrea Carlotto – Silent Media Lab
realizzazione costumi e oggetti di scena
Studio Sossai Scenografie Bologna
organizzazione
Roberta Carla Balbis
Dalla drammaturgia :
Le persone del dramma
Un uomo
Una donna
Coro guidato da un corifeo
La scena
Un confine che ha sofferto molte morti e generato molte vite
Argomento
Solo l’amare, solo il conoscere, conta; non l’aver amato, non l’aver conosciuto
Prologo
Siamo su un confine che ha sofferto molte morti e generato molte vite
Da questa parte un recinto sacro
La zampata di un ferro per buoi lo attraversa e da essa proviene un canto d’ira accesa
Che illumina il tunnel tra la vita e la morte
Nei solchi della terra arata
Un essere nasce già uomo strisciando tra i vuoti e le paure della vita giunta a metà,
quando la morte a testa in giù ride mostrando i denti
Davanti, la platea
A voi che siete qui, presenti, ora,
apparirà la storia di Dèmetra dalla bella chioma,
e di sua figlia Persefone dalle caviglie sottili,
strappata alla madre per volere di Zeus
Questa non è solo la commedia che si vede e che si sente,
ma anche la commedia che non si vede e non si sente
Questa non è solo la commedia di ciò che si sa,
ma anche di ciò che non si sa
Questa non è soltanto la commedia delle bugie che si dicono,
ma anche della verità che non si dice
…
Mito di Demetra e Persefone (Kore) – SINOSSI
Persefone, unica figlia della dea Demetra, cresceva insieme a sua madre.
Ade se ne innamorò, e con il favore di Zeus la rapì: mentre Persefone stava raccogliendo fiori in un prato, improvvisamente la terra le si aprì sotto i piedi e la fanciulla venne trascinata nel mondo di sotto.
Quando Demetra si accorse che la figlia era scomparsa, impazzita dal dolore cominciò a cercarla, giorno e notte, per mari e per monti.
E nessuno volle aiutarla.
Dopo nove giorni e nove notti di disperazione, Ecate ne ebbe pena e l’accompagnò da Elio, il sole, che le rivelò la verità.
Demetra per il dolore divenne talmente furiosa, da abbandonare il suo posto ed i suoi doveri sull’Olimpo e, travestendosi da vecchia, riuscì a farsi accogliere a servizio da Celeo, re d’Eleusi, come balia di un bimbo nato da poco.
Demetra desiderò farne un dio: lo ungeva d’ambrosia e di notte lo esponeva alle vampe del fuoco. Ma la madre del piccolo una notte scoprì il suo figliolo tra le fiamme e opponendosi alla volontà della dea, ne provocò l’ira.
Da quel momento la terra s’inaridì, le gemme appassirono, nessun albero fiorì o diede frutti. Sull’umanità si scaraventò una sofferenza pari a quella della dea madre.
Per placare quel dolore, Zeus ordinò allora ad Ade di rimandare Persefone a casa.
Ade obbedì, ma prima fece in modo che ella ingoiasse un seme di melagrana: in quel modo la legava al mondo sotterraneo per sempre. Persefone avrebbe dovuto tornarvi ogni anno per un terzo dell’anno.
DEMETRA (Δημήτηρ, Demēter)
Divinità della Grecia antica, strettamente unita, nel culto e nel mito, alla figlia, Kore o Persefone; sicché ordinariamente l’una e l’altra venivano designate insieme con appellativi comuni, come “le due Dee” (τὼ ϑεώ), “Le Venerande” (αἱ Σεμναί), “le Signore” (αἱ Δεσποιναι), “le grandi Dee” (αἱ μεγάλαι ϑεαί). Demetra, secondo l’etimologia più comunemente accettata (Δῆ μήτερ = Γῆ μήτηρ), è la Madre terra, la dea, cioè, della terra produttrice. Dea materna è dunque Demetra, oltre che dea dell’agricoltura. Ella ha donato agli uomini il frumento e ha insegnato loro a coltivarlo: dà loro la pioggia e il clima più favorevole alla vegetazione del grano, e ne protegge la maturazione.
Un altro aspetto di questa divinità è quello in cui essa si presenta in stretto legame col regno dei morti e con le divinità dell’oltretomba. Come tale e come madre di Persefone ella porta l’epiteto di Ctonia, e, oltre che con Ade, forma gruppo con Ermete Psicopompo, con le Erinni e con Dioniso: e così in Atene si chiamano Demetrioi (Δημήτριοι) i trapassati, e qui come a Sparta si soleva offrire un sacrificio a Demetra durante la cerimonia dell’inumazione.
Il nesso stabilitosi fra Demetra e le divinità infernali portò anche a un addolcimento nella figura di Ade e di Persefone. Eleusi fu il centro del culto di Demetra come divinità ctonica e dell’oltretomba: quivi si celebravano annualmente, col rito dei misteri, le grandi feste Eleusinie, le quali ricordavano il ritorno di Persefone agl’Inferi, dopo l’annuo soggiorno terreno presso la madre e ripetevano così simbolicamente l’eterna vicenda della natura che s’immerge nel letargo invernale, per risvegliarsi a nuova vita all’avvicinarsi della primavera.


ALITROS
l’uomo venuto dalla pancia di un cavallo
di
Andrea Damarco
con
Andrea Damarco
Paola Zaramella
e
Christian Curcio (bouzouki – sitar)
Federico Gregori (oud – udu)
Dopo la guerra di Troia, Odisseo si dirige verso la terra natìa: ITACA.
Ma sembra che il ritorno non sia possibile per quell’uomo “venuto dalla pancia di un cavallo”.
Non subito. Dieci anni gli occorrono per ritornare alla “Terra del Padre”.
In questi dieci anni, sballottato da una parte all’altra del Mediterraneo, Odisseo compirà la sua odissea. Dopo Troia, “ancora caldo di guerra”, per primi incontrerà i Cìconi che, aggrediti, reagiscono e lo costringono a fuggire; arriverà sull’isola dei Lotofagi (che mangiano i fiori di loto e poi dimenticano): a calci dovrà portare via i suoi compagni da quel desiderio di oblio, per giungere dai Ciclopi. E anche lì, morte e dolore e, soprattutto, un nemico potente e dichiarato (Poseidone, padre di Polifemo che Odisseo ha accecato) che tenterà con ogni mezzo di impedirgli di tornare in patria. Fuggirà di nuovo, e giungerà all’isola galleggiante di Eolo (il dio padre di tutti i venti) che, per aiutarlo, rinchiuderà i venti in un otre e spedirà Odisseo verso casa, ma proprio innanzi alle coste di Itaca, ancora succede qualcosa, e la via verso casa si smarrisce di nuovo; conoscerà i Lestrìgoni, e perderà dodici navi a causa loro; e poi un anno con Circe, e la discesa nel regno dei morti (nell’Ade a interrogare Tiresia), e il canto delle Sirene che ascolterà legato all’albero della sua nave, e poi Scilla e Cariddi che abitano quello stretto passaggio; e ancora, un approdo in Sicilia, dove perderà i suoi ultimi compagni nell’isola delle vacche care al dio Sole, per giungere, infine – solo – nell’isola in fondo al mondo: Ogigia. Sette anni resterà con Calipso (a piangere di giorno e a fare l’amore di notte); poi, per volere di Zeus, la ninfa lo aiuterà ad arrivare all’isola Feacia dal magnanimo Alcìnoo che, coprendolo di doni, lo condurrà finalmente (“in un sonno del tutto simile alla morte”) a Itaca.
Abbiamo scelto di fermarci davanti all’antro delle Ninfe: sotto l’olivo frondoso dove i Feaci lasciano Odisseo addormentato.
Abbiamo scelto di non raccontare di Telemaco, suo figlio, del palazzo che Odisseo dovrà “ripulire” dai Proci, dell’incontro con la sua sposa Penelope e con suo padre Laerte…
Abbiamo scelto, in occasione di “Eptagono – rassegna di eventi incatenati ispirata all’acqua”, di concentrarci su questo elemento – l’acqua -, appunto, che è quello che più di tutti impedisce a Odisseo, per dieci anni, di ritornare a casa…
E abbiamo chiesto ad Andrea Désandré di aiutarci a indagare insieme alcune precise domande: Cos’è ITACA? Chi sono i Feaci? E l’antro delle Ninfe? E l’Odissea? E Poseidone e il suo regno, chi sono? Chi è Odisseo? Chi rappresenta? E che differenza c’è tra viaggio e ritorno?
***
Nel 2018, affrontando per la prima volta l’Odissea, avevo scelto di narrare del rientro di Odisseo in patria iniziando dal viaggio in cui trasportato dai Feaci, “in un sonno del tutto simile alla morte”, fa ritorno a Itaca. Avevo lavorato infatti a partire dal Libro XIII per giungere al XXIII di fronte al talamo, e lì fermarmi.
Poi, la pandemia… Con i suoi esili forzati. E…
E l’incontro e il confronto approfondito con Andrea Désandré, le sue angolature, la sua interpretazione del poema, la sua sensibilità… mi hanno fatto venire voglia di ricominciare, e di rivedere profondamente tutto. Oggi, 3 anni dopo, scelgo di partire dal libro V, invece, e di fermarmi al XIII, proprio perché non del ritorno desidero parlare oggi, ma di ciò che lo rende così difficile.
Andrea Damarco
BIBLIOGRAFIA
– Odissea – Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti – edizioni Einaudi
Libro V (Calipso) – Libro VI (Naufragio – Dea Bianca – arrivo di Odisseo tra i Feaci – Nausicàa) – Libro VII (La terra dei Feaci – il palazzo di Alcìnoo) – Libro VIII – (invito a ricordare) – Libro IX (Cìconi, Malea – Mangiatori di Loto – Polifemo) – Libro X (Eolo – Lestrìgoni – Circe) – Libro XI (evocazione dei morti) – Libro XII (Sirene – Scilla e Cariddi – Vacche del Sole) – Libro XIII – (Partenza dal paese dei Feaci – arrivo a Itaca – antro delle Naìadi)
– Dall’Odissea – Traduzione di Salvatore Quasimodo – edizioni Mondadori
– L’antro delle Ninfe – Porfirio – edizioni Adelphi
– Le nozze di Cadmo e Armonia – Roberto Calasso – edizioni Adelphi

L’ultima regina
un prologo – tre quadri – un epilogo
di
Andrea Damarco
con
Paola Zaramella
- PROLOGO: nobildonna con valigia in cima alla scala
- I QUADRO: nobildonna alla finestra
- II QUADRO: nobildonna dentro un corridoio
- III QUADRO: nobildonna allo specchio
- EPILOGO: nobildonna che scende le scale un gradino alla volta
È un breve viaggio, in punta dei piedi, all’interno di un castello che fu avamposto reale per le sanguinose battute di caccia di Vittorio Emanuele II e Umberto I; provvisoria prigione per i gerarchi fascisti dopo il 25 aprile del 1945; ma anche pied a terre di Umberto II (il re di maggio) e Maria José (del Belgio)…
È una passeggiata tra i respiri di un monologo itinerante in compagnia di un’attrice. Un vagare tra le stanze di un castello che fu l’ultimo castello dell’ultimo re d’Italia: il conte di Sarre. Tra quelle stanze, i possibili pensieri di Maria José in quei primi giorni di settembre del 1943 (Badoglio annunciava per radio l’armistizio con gli Alleati, e il Re fuggiva lasciandoci soli con il nemico in casa); pensieri di una donna, testimone diretta dell’estinzione della monarchia italiana e, di conseguenza, “ultima regina d’Italia”.


Menzione Speciale Tragos 2023
FRANCHENSTAIN
Alcune riflessioni…
Parecchi anni fa scelsi di affrontare la creatura di Mary Shelley – “Frankenstein” – accogliendo il suo impianto narrativo e mettendo in scena il suo romanzo: un uomo che rifiuta la morte, in una sfida indecente, crea da essa stessa la vita abbandonandola poi al suo misero destino… La drammaturgia di allora, in una sorta di delirio schizofrenico, contemplò il padre e il figlio come due facce di una stessa medaglia; e Frankenstein (padre) e Frankenstain (figlio) si sbranavano attraverso un monologo in due tempi in cui padre e figlio, appunto, si distruggevano attraverso lo smembramento del corpo dell’attore che diventava un vero e proprio campo di battaglia.…
Oggi, ho scelto di rivedere questa icona gigantesca e riconsiderare la figura del “mostro” (dal latino: monstrum, prodigio, cosa straordinaria) coinvolgendola in un altro viaggio, “un viaggio in solitaria”, un viaggio qui e ora: hic et nunc; un viaggio in cui della figura di Victor (del padre), non v’è più alcuna traccia.
L’impulso è stato quello di dedicarmi al risultato di certe scelte, di certe nevrosi, di certe cecità, e lavorare, quindi, intorno alla condizione della solitudine che ne scaturisce e che, più di tutto, caratterizza la figura del “Frankenstein figlio”… Una solitudine (apparentemente) senza soluzione che costringe un uomo a dover apprendere, in totale isolamento, come funziona il mondo e trangugiare, senza possibilità di appello, le sue regole spietate e i suoi ottusi paradigmi. Una solitudine che lo costringe a procedere senza la possibilità di un confronto, senza la possibilità di stabilire un contatto umano, e imparare, e apprendere, senza l’esperienza di una relazione umana alla pari… Per scoprire, però (e qui il “Frankenstein” di Mary Shelley si trasforma nel “Franchenstain” di Replicante: il camminante, che evolve e si incammina, come suggerisce il poeta Keats, nella “valle in cui fare anima”), che il mondo, forse, esiste anche senza di noi e/o malgrado noi; e la poesia e la bellezza del mondo diventano, o possono diventare, il luogo e la modalità in cui e con cui coltivare un nuovo sguardo capace di curare ogni ferita e farsi antidoto al veleno di ogni paura. Il mondo ci fa ammalare ma – anche – ci guarisce.
L’anima non si spaventa mai. È la mente che cade di panico in panico. Ecco perché rafforzare lo sguardo dell’anima e non della mente; e questo Franchenstain, a differenza di quello della Shelley, si salva perché non smette di essere bambino nella sua modalità con cui osservare il mondo e raccontarselo.
Il desiderio che ha mosso questo lavoro è stato quello di indagare il processo di apprendimento come fosse una solitaria preghiera. Una preghiera che sboccia dall’incanto che scaturisce a sua volta dalla contemplazione del mondo, e che rischia di appassire come un fiore trascurato a causa dello sgomento provocato da un rifiuto costante perpetuato nei confronti di un soggetto discriminato “per principio”; una preghiera disposta a trasformarsi in bestemmia proprio per giungere fino all’essenza più profonda di se stessa e lì ritrovarsi e salvarsi.
Ho scelto di iniziare con una citazione fotografica (purtroppo famosissima): quella del bambino di Bodrum che giace conficcato nella sabbia di una spiaggia in Turchia, perché rifiutato – a priori – da un mondo, il nostro, che aveva scelto, senza appello, che non ci sarebbe stato posto per lui. Ho scelto di condividere, per l’inizio di quest’azione teatrale, lo stesso luogo di partenza: una spiaggia. Una spiaggia in cui risvegliarsi dalla morte, però, e tentare di verificare se davvero sia possibile confermare che da noi proprio non ci sia posto per qualcuno.
Franchenstain (di Replicante) è tutte le volte che qualcuno arriva e non è il benvenuto. Tutte le volte che sfugge il senso del nostro essere qui e ci assale lo sgomento. Ma, a differenza di quello di Mary Shelley, il nostro Franchenstain sceglie di non cristallizzarsi in quel rifiuto, in quello sgomento, ma di trarre da quel rifiuto, e da quello sgomento la forza necessaria per camminare avanti cambiando, non solo direzione, ma obiettivo e fare del mondo “la valle in cui fare anima”.
La drammaturgia si affida all’energia del monologo, un monologo in cui le cicatrici del “mostro” non stanno sul corpo dell’attore, ma sulla parola che, come sguardo sul mondo, si tira dietro il tormento di una solitudine e le sue sbandate. L’installazione virtuale di Andrea Carlotto è azione solidale e dinamica a questo viaggio dell’anima in cerca di una patria in cui tornare con un tesoro da restituire attraverso talenti che ha tentato di far fruttare. È mondo, è vita che pulsa nel cuore, e che tracima sul pavimento del teatro (un piccolo schermo bianco), come un’emorragia di visioni.
Andrea Damarco

Ti dico un libro – open
tra bei ragionamenti e parlar basso
un progetto di letture ad alta voce
dedicato al pubblico della terza età
da novembre a febbraio
Espace Heptagon
Maison Gargantua – Gressan – Fraz. Moline, 3
Ti dico un libro – open – Decameron

Ti dico un libro – open
DECAMERON 10 novelle per 10 giornate
Abbiamo scelto di aprire l’autunno del secondo anno di pandemia con un ciclo di letture sceniche tratte dal “Decameron”.
Dedicare dieci giornate alla rilettura di dieci novelle (scelte tra le cento del Decameron) che abbiamo selezionato, per il varo del progetto, appositamente per un pubblico speciale: quello della terza età.
Abbiamo pensato di riunirci nel villaggio di Moline (appena sopra Aosta) e, nella sala eptagonale di Maison Gargantua, condividere un poco del nostro tempo con chi, del tempo, desidera fare occasione per coltivare lo spirito insieme ad altri.
Un viaggio nell’”Umana Commedia” in cui Laura Costa introdurrà il Decameron e, di volta in volta, le novelle scelte, e Andrea Damarco le proporrà in una lettura scenica appositamente allestita per il progetto.
Prima giornata
La regina è Pampinea, che sceglie un tema libero.
Seconda giornata
La regina è Filomena e il tema scelto è la fortuna. Le novelle trattano di personaggi che, trovandosi in gravi difficoltà, grazie alla loro intelligenza e alla fortuna, dopo difficoltà e peripezie, giungono a un inaspettato lieto fine.
Terza giornata
La regina è Neifile e il tema è l’ingegno.
Quarta giornata
Il re è Filostrato e il tema sono gli amori che finiscono tragicamente.
Quinta giornata
La regina è Fiammetta e il tema sono gli amori che si concludono con un lieto fine.
Sesta giornata
La regina è Elissa e il tema sono i motti di spirito, con cui chi si trova nei guai, riesce a cavarsi d’impaccio.
Settima giornata
Il re è Dioneo e il tema sono le beffe ai mariti. I personaggi delle dieci novelle hanno caratteristiche comuni: i mariti sono ricchi ma poco intelligenti, le mogli sono furbe e gli amanti sono giovani e belli.
Ottava giornata
La regina è Lauretta e il tema sono ancora le beffe.
Nona giornata
La regina è Emilia e il tema è libero.
Decima giornata
Il re dell’ultima giornata è Panfilo e le novelle hanno per tema la liberalità e la magnificenza.
Le 10 giornate che proponiamo sono 11
Giornata 0 – Introduzione – La Peste
Giornata I – novella III – Melchisedech Giudeo
Giornata II – novella II – Rinaldo d’Esti
Giornata III – novella II – il palafreniere di re Agilulf
Giornata IV – novella I – Tancredi e Ghismunda
Giornata V – novella IX – Federigo degli Alberighi
Giornata VI – novella IV – Chichibìo cuoco
Giornata VII – novella IV – Tofano e Ghita
Giornata VIII – novella III – Calandrino e l’Elitropia
Giornata IX – novella II – La badessa e le brache del prete
Giornata X – novella V – Madonna Dianora
Il progetto prevede che possano essere scelte anche solo una o più novelle in quanto la struttura è modulabile e ogni incontro è autonomo e completo nella sua proposta drammaturgica.
E dal 2022 è disponibile anche per il pubblico delle scuole nella sezione “Ti dico un libro- il teatro va a scuola”.
Ti dico un libro – open – Invisibili

Ti dico un libro – open
INVISIBILI
undici camei ritrovati, scelti e raccolti tra le pagine più intense e “dimenticate” de I Promessi Sposi
Una rilettura de I Promessi Sposi a cura di Laura Bianca Costa
Letture sceniche di e con Andrea Damarco
Un progetto originale di Replicante teatro in collaborazione con il Comune di Gressan
dedicato al pubblico della terza età
Per il nuovo titolo di “Ti dico un libro” 2022, visto il successo ottenuto con DECAMERON (che è stato allestito nel 2021 e dedicato principalmente per il pubblico della terza età), abbiamo pensato di proseguire con un nuovo viaggio, questa volta ne “I Promessi Sposi. Dal mese di novembre, infatti, Replicante teatro e il suo il pubblico si riuniscono ogni giovedì – per undici settimane consecutive – nello spazio Heptagon di Gressan.
- giovedì 10 novembre – Del marchese erede
- giovedì 17 novembre – Di Don Abbondio
- giovedì 24 novembre – Del mercante, padre di Ludovico
- giovedì 1° novembre – Dell’addio di Lucia ai suoi monti
- giovedì 22 dicembre – Di Renzo all’osteria della Luna Piena
- giovedì 5 gennaio – Del sarto
- giovedì 12 gennaio – Del dottore Azzecca-Garbugli
- giovedì 19 gennaio – Del conte zio e del padre provinciale
- giovedì 26 gennaio – Di Gertrude dietro alla grata
- giovedì 2 febbraio – Della conversione dell’Innominato
- giovedì 9 febbraio – Della madre di Cecilia
“v’ho detto che era umile, non già che fosse un portento d’umiltà.
N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente,
ma non per istar loro in pari”
Il progetto è modulabile e ogni incontro è autonomo e completo nella sua proposta drammaturgica.
Dal 2023 è disponibile anche per il pubblico delle scuole nella sezione “Ti dico un libro- il teatro va a scuola”.
Ti dico un libro – open – Commedia

Ti dico un libro – open 2023/2024
COMMEDIA | dall’Inferno al Paradiso
viaggio poetico nei tre regni
Introduzione agli episodi e ai canti della “Commedia” e pubbliche riflessioni a cura di Laura Bianca Costa
Letture sceniche di Andrea Damarco
Un progetto originale di Replicante teatro in collaborazione con il Comune di Gressan
dedicato al pubblico della terza età
COMMEDIA | dei tre regni
- giovedì 16 novembre: INFERNO Canto I – la selva oscura/PURGATORIO Canto I – la navicella dell’ingegno/PARADISO Canto I – La gloria di colui che tutto move
INFERNO | il pozzo dell’immobilità
“Ma se le mie parole esser dìen seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme”
- giovedì 23 novembre: Canto III – gli ignavi e Caronte/Canto V – Paolo e Francesca
- giovedì 30 novembre: Canto XXI – i barattieri/Canto XXX – Mastro Adamo
- giovedì 7 dicembre: Canto XXXIII – Conte Ugolino
PURGATORIO | la valle dell’apprendimento
“E non solo una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo”
- giovedì 14 dicembre: Canto V – Bonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei
- giovedì 21 dicembre: Canto XI – Superbi
- giovedì 4 gennaio: Canto XXIII – Golosi
PARADISO | il fiume di luce
“Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna”
- giovedì 18 gennaio: Canto III – Agape
- giovedì 25 gennaio: Canto XXVII – San Pietro/Canto XXX – letizia
- giovedì 1 febbraio: Canto XXXIII – Empireo
ORE 14:50 – Spazio Eptagono – Maison Gargantua
– Frazione Moline, 3 – Gressan
Info e prenotazioni
biblioteca@comune.gressan.ao.it – 0165.250946
Il progetto è modulabile e ogni incontro è autonomo e completo nella sua proposta drammaturgica.
Dal 2024 è disponibile anche per il pubblico delle scuole nella sezione “Ti dico un libro- il teatro va a scuola”.
Ti dico un libro – open – 48 Fortieit

Ti dico un libro – open 2024/2025
48 | fortieit – Il morto che parla
dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters
Il numero 48 è composto di due numeri sacri: 4 e 8.
Sommati, danno un altro numero sacro: 12.
Il 12 rappresenta la perfezione.
Per tale motivo, fin dai tempi più antichi, è stato messo in relazione alle cose divine, ai messaggi dall’oltretomba; quelli che ci legano con l’Aldilà.
Per il 2024/’25, abbiamo scelto di proporre una rivisitazione dell’”Antologia di Spoon River” di E. Lee Master al fine di creare 9 appuntamenti capaci di coinvolgere il pubblico in un altro viaggio “tra bei ragionamenti e parlar basso” proprio come le tre edizioni precedenti hanno permesso che questo accadesse.
Questa declinazione dello storico progetto Ti dico un libro, espressamente dedicata al pubblico della terza età (ma che ha riscosso grande successo anche con i più giovani: molti insegnanti e studenti, appena possono, si presentano il giovedì pomeriggio all’Heptagon e seguono gli incontri insieme col pubblico degli “abbonati”), è entrata a far parte di un “classico” delle nostre proposte.
***
48 – fortieit – il morto che parla: essendo morto, adesso, ciascuno può parlare. Liberamente. Senza ricatti. Al netto, quindi, di ogni puritanesimo e d’ ogni ipocrisia. Essendo morto, adesso, ciascuno dice ciò che vuole, e se ne può infischiare della morale comune e delle regole sociali che, oramai, non possono impedire più qualsiasi verità. Ciò che la vita non ha permesso d’essere, lo permette la morte.
Introduzione agli epitaffi e pubbliche riflessioni di Laura Bianca Costa
Pagine scelte e letture a cura di Andrea Damarco e Alexine Dayné
Un progetto originale di Replicante teatro in collaborazione con il Comune di Gressan
dedicato al pubblico della terza età con la partecipazione, per la IV edizione, di framedivision
17 ottobre: slipin on de il| A’ livella-The hill-Fiddler Jones-George Gray
24 ottobre: laif fir| Griffy the Cooper-Elisabeth Childers-Johnnie Sayre-Lucinda Matlock
31 ottobre: LOV EIT | Ollie McGee-Fletcher McGee-Amos Sibley-Mrs Sibley-William and Emily
14 novembre: UOR END FLAG | Harry Wilmans-Godwin James-John Wasson-Rebecca Wasson
21 novembre: FEMILI TOMB END FRIENZ | Benjamin Pantier-Mrs Benjamin Pantier-Reuben Pantier-Emily Sparks-Trainor, the Druggist
28 novembre: SADDEN DEPARTIUR | Harold Arnett-Roer Heston-Bert Kessler-Willard Fluke
5 dicembre: POETS END LOST | Minerva Jones-Robert Davidson-Ernest Hyde-Francis Turner-Dippold the Optician
12 dicembre: MEN-UEISTZ |Chase Henry-Frank Drummer-Aner Clute-Mabel Osborne
19 dicembre: PAUER MEN END SLAT | Thomas Rhodes -Judge Selah Lively-Jeduthan Hawley-Daisy Fraser
ogni giovedì, alle ORE 14:50 – Spazio Eptagono – Maison Gargantua
– Frazione Moline, 3 – Gressan
Info e prenotazioni
biblioteca@comune.gressan.ao.it – 0165.250946
Il progetto è modulabile e ogni incontro è autonomo e completo nella sua proposta drammaturgica.
Dal 2025 è disponibile anche per il pubblico delle scuole nella sezione “Ti dico un libro- il teatro va a scuola”.
Acalcinci

REPLICANTE teatro & ERETS Quartet in
ACALCINCI
che in “bislacco antico” significa SCOMPARSI
un progetto di Andrea Damarco
Matteo Cosentino: percussioni
Federico Gregori: chitarra
Carlo Alberto Lupo: violino
Andrea Minieri: basso acustico
Andrea Damarco: parole
Acalcinci
Si tratta di un concerto spettacolo suonato e narrato da quattro musicisti e un attore.
Storie dalla tradizione Yiddish immerse tra le sonorità a tratti scoppiettanti e a tratti malinconiche del Klezmer…Ci sono cinque uomini in scena scena! E ombre… Sono tutti a lume di lampione… L’uomo che picchia il tamburo non è un uomo violento. Ma è ossessionato dal tempo; e lo percuote come un padre antico e autoritario.L’uomo che ha scelto il basso è amico delle piante e ha nostalgia del corpo di una donna: ha trovato le corde che da sempre legano la donna alla pianta… e le fa vibrare. L’uomo con la chitarra amava il pianoforte, ma è un uomo che scappa; e non si corre con un pianoforte attaccato al collo… Il violino, invece, è un uomo che ama i colori, la resina, il legno. Ha scelto colori intrecciati che tagliano il mondo mentre suonano ogni dolore. E quando la tristezza gira… diventa allegria. Credetegli. E poi c’è l’uomo che parla. E’ un uomo che ha molte cose da dire, quello… Non agli altri, ma a se stesso. E’ un uomo che si imbroglia: per questo ha scelto le parole: sono bugiarde. Ma solo per disperazione. Insieme vanno in giro, in giro per il mondo. A volte si fermano, si siedono e… suonano, bevono, e raccontano balle… Loro credono che la verità stia nascosta nelle balle: oh, non quelle che stanno appese dentro le mutande, ma quelle appese alle idee. Le idee girano dentro la testa… Girano. Come a volte le balle. Ma, forse, di tutto quello che dicono e diranno, a parte la Shoah, non è vero niente perché, quando musica e teatro si trovano e cominciano a giocare, tutto ciò che accade è che le storie cominciano a girare e… allora, tra il falso e il vero, ci si accorge che ci sta la stessa differenza che può esserci tra un uomo e le sue ombre: serve molta luce per notarla.

Cappuccetto Rosso

CAPPUCCETTO ROSSO
Come in tutte le favole di Perrault, anche in quella di Cappuccetto Rosso, dietro un’apparente semplicità, vengono affrontati temi estremamente complessi: quelli della violenza, della morte e dei cattivi incontri…Fondamentale quello dell’iniziazione in chiave antropologica: per diventare grandi occorre superare la foresta con tutti i suoi pericoli e… chi sbaglia, paga.
In Cappuccetto Rosso, però, a differenza di altre favole di C. Perrault, non esiste il lieto fine: il lupo divora la nonna e la bambina compiendo un vero e proprio massacro. A mettere il lieto fine provvederanno solo i fratelli Grimm, più di un secolo dopo, inventando la figura di un “giustiziere”, il cacciatore, che salverà la nonna e Cappuccetto uccidendo il lupo.
Partendo dalla fiaba di Perrault e dalle sue contaminazioni, è nato uno spettacolo che si impernia intorno ai diversi punti di vista dei suoi protagonisti. La favola, infatti, è raccontata tre volte, ma si tratta di tre storie diverse, in quanto la percezione degli avvenimenti viene profondamente modificata dalla prospettiva da cui – questi – vengono osservati; scaturisce quindi, un senso relativo della verità, che non può e non deve essere una sola e, soprattutto, mai fine a sé stessa.
La mamma racconta una storia cupa e angosciata, espressione delle sue paure e del suo modo di percepire la foresta (la vita, il mondo) che in un modo o nell’altro le porterà via la sua bambina.
Il lupo narra, invece, la sua storia (una storia ironica), la sua verità: un Cappuccetto Rosso che non riveste alcun valore affettivo, ma semplicemente alimentare, di sopravvivenza: mors tua vita mea.
Quello di Cappuccetto Rosso, infine, è un racconto pieno di stupore, di incantamenti e di timori, di ingenuità anche, ma, al tempo stesso, di disillusioni: è l’adolescente che subentra al bambino che fu e che, d’un tratto, percepisce la vita in tutta la sua potenza, vacillando di fronte alla scoperta di quell’abisso.
E poi… c’è una quarta verità: quella degli attori, da cui dipendono le verità dei personaggi che, senza gli attori, non avrebbero modo di esprimersi, in quanto non sono esseri che vivono di luce propria ma solo stimoli rannicchiati tra le pieghe della creatività; canovacci per attori che si fanno autori di un mondo fittizio, il Teatro, che meglio può dire, però, e con “piacere”, verità spesso occultate da una percezione troppo realistica della realtà.
Una produzione di Replicante teatro
Concept: Andrea Damarco e Lilliana Nelva Stellio
Testo, Drammaturgia e Regia: Andrea Damarco
Con: Andrea Damarco, Alexine Dayné, Loredana Iannizzi
SPARATO: (s)concerto per SANKARA


Sparato – (S)concerto per Sankara
un progetto di Andrea Damarco e Marco Giovinazzo
Lo spettacolo nasce nel 2016 a seguito di un viaggio in Burkina Faso e dalla volontà di Andrea Damarco e di Marco Giovinazzo di non abbassare mai la guardia nei confronti di alcune problematiche. Ad esempio quelle legate alla difficile realtà dei migranti, della cooperazione internazionale e dell’integrazione. Nonché alle reali cause che determinano instabilità in alcuni paesi e, di conseguenza, la necessità, per certi popoli, di fuggire dalla loro terra.
Il 2022 ha visto la compagnia impegnata a riallestire lo spettacolo dedicato al Che Guevara africano arricchendolo con la presenza di due nuovi musicisti: Lorenzo Guidolin e Maurizio Amato
scritto e narrato da Andrea Damarco
musicato dal vivo da:
Maurizio Amato – djéli ‘ngoni basse, basso elettrico
Matteo Cosentino – afrodrum
Lorenzo Guidolin – balafon
Luci e suono Alessandro – Longo
“Sono tornato di recente dall’Africa… Burkina Faso, ex Alto Volta… Il paese in cui nacque e morì – sparato – un uomo: Thomas Sankara. Manco sapevo chi fosse… Poi ho saputo. È il Che Guevara africano. Ma non fumava il sigaro… Non so nemmeno se fumasse ma… se fumava, fumava roba buona perché aveva un sogno potente: fare con l’Africa, quello che il Che voleva fare con l’America Latina. Pensate… Lui sognava un mondo giusto… un mondo in cui uno ha diritto di essere felice sì, ma solo a patto che lo siano anche tutti gli altri… Sparato!”
Questo è l’incipit dello spettacolo.
Sono appunti di viaggio, riflessioni, pensieri di e su un uomo che è stato un grande rivoluzionario contemporaneo, Thomas Isidore Noël Sankara: nato il 21 dicembre del 1949 a Yako (Alto Volta) fu assassinato il 15 ottobre del 1987 a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso) “probabilmente” da Blaise Campaoré – il suo migliore amico (e subito dopo avergli sparato, Presidente del Burkina fino al dicembre del 2015). Dietro, pare ci siano Francia e USA… Pare. Ci sembra importante continuare a parlare di lui, di Thomas Sankara, perché la luce non è mai abbastanza chiara.
Si tratta di uno studio, di un primo approdo a seguito di questa prima navigazione. Come scriveva Walter Benjamin, l’origine è la meta e custodisce l’autentico, quindi traccia la via senza farsi spazientire dal vagare dello sguardo. Stiamo navigando verso uno spettacolo di narrazione dove il narrato acquisti un’ampiezza di vibrazioni che manca all’informazione, dove il narratore (attore o musicista non importa, semmai tutti e due insieme!) descriva le idee come costellazioni del cielo, e il loro rapporto con le cose come il rapporto che c’è tra quelle immagini e le stelle vere e proprie.
“Entre le riche et le pauvre
il n’y a pas la même morale.
La Bible, le Coran
ne peuvent pas servir dans la même manière
celui qui exploite le peuple et celui qui est exploitée.
Il faudra deux éditions de la Bible… et deux du Coran”
Thomas Sankara
Bisognerebbe, ora, che queste pagine bianche, sì,
tutte queste pagine diventassero irte di rupi rossicce,
e si sfaldassero in una sabbietta rossa e fine: la terra del Burkina.
Cubetti di terra in mezzo a campi coltivati, adesso: casette.
Riuscite a immaginarle?
Ora, tagliata in due da una strada affollata,
lunga e diritta,
percorsa da auto, camion e biciclette,
sui due lati scorre la campagna.
Tutto qui, tutto qui, su queste pagine ho dovuto farci stare:
la strada maestra polverosa,
i carretti tirati dai somari;
infinite motociclette,
e auto sgangherate piene di facce e di pacchi straripanti
e di animali legati su ogni tetto;
e poi donne, a piedi, con enormi carichi poggiati sulla testa;
odore di erba e di marcio, bambini e ciabattine;
ragazze diritte e fiere nelle loro schiene di vent’anni;
odore di fumo, di fango, di marcio e di pioggia;
odore di pelle bagnata e di gasolio, di fogne, di cielo, e di carbone…
di pollo.
Dolciastro. Bruciato. Speziato.
Ecco, una linea rapida della mente, e siamo in centro alla città.
Un altro tratto, ed ecco una folla di uomini e donne e bambini.
Qui, in mezzo a tutti questi fogli, in mezzo a tutto ‘sto casino,
c’è un uomo che parla.
Sorride
e, tutti intorno,
quegli uomini, quelle donne e quei bambini.
Ci sono anche militari e contadini.
Tutti insieme.
E quell’uomo sorride e parla.
Non è Gesù.
O magari è lui, ed è tornato;
e chi lo sa!
E si chiama Thomas – questa volta – Thomas Sankara.
Appunti di un viaggio in Burkina (estate 2015 – Andrea Damarco)
EMERGENZA COVID-19

Ascolta le puntate
Puntata del 23 marzo
Puntata del 24 marzo
Puntata del 25 marzo
Puntata del 26 marzo
Puntata del 27 marzo
Puntata del 30 marzo
Puntata del 31 marzo
Puntata del 1° aprile
Puntata del 2 aprile
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Puntata del 4 maggio
Puntata del 5 maggio
Puntata del 6 maggio
Puntata del 7 maggio
Ti dico un libro #iorestoacasa
Replicanteteatro per l’emergenza COVID-19
In questo momento di emergenza proponiamo il nostro progetto TI DICO UN LIBRO in una versione inedita, sperimentale, per continuare a rimanere in contatto con le persone attraverso gli strumenti che ci sono possibili. Creatività in emergenza. Un desiderio di vicinanza che per mezz’ora al giorno si realizza cosi, come una piccola-radio-londra. Perché la normalità è un’apparenza, e a volte bisogna ascoltarla con una certa intenzione.
Replicante teatro, cioè Barbara Caviglia e Andrea Damarco, in diretta telefonica con Fabiola Megna di Radio Proposta in blu. Tutti i giorni diretta telefonica alle 20.30 107.8 fm o in streaming (nazionale e internazionale) sul sito di Radio Proposta in blu. I podcast delle puntate possono essere ascoltati qui, o scaricabili dai link qui a fianco.
Non è la ricchezza che manca al mondo, ma la condivisione. È povera la stagione in cui chi ha voce non la usa per impegnarsi su ciò che accade intorno a lui. In questo momento così difficile ed incerto, ci fa piacere poter fare anche noi la nostra parte, con gli strumenti che abbiamo a disposizione. Un piccolo dono rivolto a tutti coloro che avranno piacere di condividere un momento della giornata con noi, per trascorrere mezz’ora in nostra compagnia e soprattutto in compagnia di un racconto. Perché come Sherazade insegna, anche questo può avere la sua importanza nell’affrontare un momento di difficoltà.
Il progetto Ti dico un libro nasce dieci anni fa da una convinzione: la lettura ad alta voce esprime una possibilità di arricchimento e di scoperta sia per chi legge sia per chi ascolta. Il testo diventa materia comune attraverso cui affiorano emozioni ed esperienze da condividere. Attori e ascoltatori entrano in una relazione particolare – che è già teatro.
All’inizio di marzo abbiamo proposto alle Istituzioni scolastiche con le quali collaboriamo di mantenere attivo il progetto nonostante le difficoltà dei tempi, e questo ci ha reso possibile continuare ad incontrare i ragazzi, anche se attraverso il web e non con la presenza fisica.
Ma abbiamo pensato che potesse essere possibile stabilire un contatto anche con il resto della popolazione, e così è nato TI DICO UN LIBRO #iorestoacasa, accolto da Radio Proposta in blu.
Per le dirette telefoniche su Radio Proposta in blu abbiamo mantenuto l’intenzione del progetto originario ma abbiamo scelto un titolo non in repertorio. Lo abbiamo scelto in maniera estemporanea, istintiva: “La boutique del mistero” di Dino Buzzati. È una raccolta di racconti brevi (31) in cui il verosimile e l’improbabile diventano parte di un quotidiano semplice e complesso insieme, ma reale come mai. A differenza di quanto facciamo normalmente per il progetto, cioè di curare drammaturgie originali dei testi scelti, questa volta, per rispondere rapidamente alla necessità, abbiamo pensato di leggere un racconto ogni sera direttamente dal libro. Con un desiderio e una volontà di aprire virtualmente tutte le nostre case e soprattutto di mantenere libere e aperte tutte le nostre menti allo scambio e alla relazione, in questi tempi difficili di chiusure forzate.
In un momento così tragicamente concreto e allo stesso tempo surreale, come quello che stiamo vivendo, ci è parso potesse essere adatto alla situazione. Per stare bene insieme ma anche per condividere attraverso i testi piccole riflessioni sul nostro presente.
Anche noi siamo forse in quella boutique buzzatiana misteriosa, abbandonata, avvelenata?
Certamente anche noi viviamo in luoghi in cui si consuma il normale e in cui il normale diventa mistero appena lo si osserva spostando la luce, lo sguardo, le angolature.
Note sul testo
Nella prefazione de “La Boutique del mistero” di Dino Buzzati, pubblicata per la prima volta nel 1968,
si legge:
(…) in questi racconti il mistero si presenta sotto due aspetti:
– come invenzione pura, dove immaginaria è l’intera situazione; o come creazione fantastica,
con una precisa funzione significante e con un senso da scoprire e da interpretare.
È però possibile suddividere il tema buzzatiano del mistero secondo un’altra modalità di classificazione, che tenga conto del modo in cui viene attuato il rapporto tra mistero e realtà.
Ci sono dei racconti di Buzzati che dichiarano subito ciò che sta dietro la vicenda;
altri che trattano come naturali certi impulsi dell’inconscio e certi sentimenti, di solito non confessati;
altri che, attraverso fantasmagorie d’ogni tipo, intendono polemizzare con una tesi preventivamente avvertita dall’autore;
altri, infine, che non hanno altro obiettivo se non quello del gioco gratuito.
(…) Buzzati, nella sua “Boutique”, sceglie parole del linguaggio parlato: non sono parole ricercate e artificiose, le sue, sono parole di cui tutti noi ci serviamo per comunicare tra noi ogni giorno.
(…) È un linguaggio, il suo, volutamente non prezioso; all’interno del gioco delle trame e delle soluzioni, è proprio la parola più usuale, o addirittura la più frusta, che diventa segno di ambiguità, di mistero, di illusione, di paura.
Dalla “boutique avvelenata” alla “Foresta Sacra”
Dino Buzzati ha 29 anni quando pubblica “Il segreto del Bosco Vecchio”.
È il 1935.
L’Italia è in guerra con l’Etiopia, la Società delle Nazioni ci isola dal contesto mondiale, Hitler inaugura le leggi razziali, Mussolini si consolida e la censura cresce, inaugurando un tempo di vita fittizia e stranita, in apparenza intransigente ma in realtà corrotta e licenziosa…
Il fascismo ha ormai realizzato la cultura dell’azione e il suo primato sulle categorie del pensiero. Molti gli scrittori sommersi dalla propaganda; pochi gli scampati, attraverso le vie del bello scrivere, dell’ermetismo, del realismo magico, dell’evasione.
Dal canto suo, Bosco Vecchio è un mito: è la foresta sacra dove affondano le loro radici l’infanzia dello scrittore e quella dell’umanità, dimensione incontaminata che simbolizza la vita come forza gioiosa e gratuita, disinteressata ed eterna, sopra le transitorie, ancorché obbliganti, fenomenologie dei poteri.
Bosco Vecchio è abitato da un popolo di “geni”, custodi degli alberi, titolari della magica possibilità di trasformarsi a piacere in animali o in uomini, nonché di uscire dai loro domestici tronchi per vivere una vita del tutto uguale alla nostra.
Un “fantastico”, questo di Buzzati, che ci fa credere nell’incredibile perché i suoi segreti, le sue magiche coincidenze, le sue rivelanti metamorfosi, i suoi suscitanti sortilegi, sono un inverosimile che ci aiuta a esaurire il verosimile.
Ti dico un libro – Il teatro va a scuola

Repertorio disponibile:
Ti dico un libro – Il teatro va a scuola
Progetto modulare nato nel 2011 che ogni anno si arricchisce: attualmente sono in repertorio 13 titoli.
Attraverso questo progetto la compagnia ha incontrato negli anni oltre 5000 studenti.
Un progetto originale di Replicante teatro per le Istituzioni Scolastiche Valdostane
Ti dico un libro – il teatro va a scuola nasce da una convinzione: la lettura ad alta voce esprime una possibilità di arricchimento e di scoperta sia per chi legge sia per chi ascolta. Il testo diventa materia comune attraverso cui affiorano emozioni ed esperienze da condividere. Attori e ascoltatori entrano in una relazione particolare – che è già teatro.A questo si aggiunga il significato esatto contenuto nel titolo della proposta: “Ti dico un libro”; non “Ti leggo”. Dire è fare propria un’esperienza e poi comunicarla; con-dividere qualcosa che ormai ci appartiene e che si fa atto concreto, anzi: Visione Concreta. E’ il rituale che consente a un concetto di farsi carne, parte del corpo di colui che dice. Nel dire ci si carica del fardello del non riferire. Si diventa ambasciatori disposti a portar pena. Consapevolmente.
Volutamente scarna e diretta, senza trucchi e senza inganni, sobria ma visionaria insieme, questa proposta mira a coinvolgere profondamente il pubblico, in questo caso scolastico, nel tentativo di condividere la gioia e il piacere della lettura come atto concreto, ricercando una concreta relazione biunivoca che permetta, alla conclusione della lettura, un momento dialettico e di scambio che rende il libro un momento attivo.
Ogni titolo desidera muovere una riflessione sui contenuti propri dei libri che verranno “detti”. Una riflessione che possa trasformarsi in uno scambio aperto alle intelligenze e alle sensibilità dei ragazzi: un modo per confrontarsi, per dibattere.
La CORDATA:
UNA NUOVA FORMULA DI PRODUZIONE, INCONSUETA ED INEDITA, A SOSTEGNO DELLA CRESCITA CULTURALE DIRETTAMENTE SUL TERRITORIO DI APPARTENENZA
Il progetto Ti dico un libro – il teatro va a scuola è nato nel 2011 da Replicante teatro, ed è stato per quattro anni a totale carico delle Istituzioni Scolastiche.
Viste le crescenti richieste anno dopo anno, e la volontà di Replicante teatro di andare incontro alle necessità della scuola con un’intenzione politica, per contrastare cioè la forte crisi che ha determinato tagli alla cultura e alla scuola stessa, nel 2015 la compagnia lo ha proposto a una serie di soggetti, con l’intenzione di creare una cordata composta da elementi che facessero parte ed operassero nell’ambito della società civile: abbiamo pensato che, unendo le forze e facendo ognuno la propria parte, si potesse rendere possibile questa avventura anche e nonostante il momento di crisi economica così profonda. Non tutti i partners partecipano economicamente, ma tutti partecipano con le forze a loro disposizione.
Il PROGETTO E’ CRESCIUTO QUINDI ANCHE GRAZIE AL SOSTEGNO DI :
dal 2015
Assessorato Sanità Salute e Politiche Sociali
Assessorato all’Istruzione e Cultura
Istituto Storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta
Sindacati CGIL, SAVT e SNALS
Società Civile (gli studenti e gli insegnanti) – Sostengono, partecipando, questa inconsueta navigazione: quella attraverso la corrente di un fiume, il dibattito, che soprattutto oggi non deve smettere di scorrere.
DAL 2016
Lions club Aosta Mont Blanc
Zonta club of Aosta Valley Area
DAL 2017
Presidenza del Consiglio della Regione Autonoma Valle d’Aosta
DAL 2018
Fondazione Comunitaria della Valle D’Aosta
Hamelin

Hamelin
un progetto di/con Barbara Caviglia e Andrea Damarco
Appunti di lavoro
Hamelin è un progetto nato dalla passione per un teatro di poesia.
Per un teatro che sia una composizione di linguaggi con il racconto sullo sfondo e non in primo piano.
Mentre un racconto, infatti, scorre inesorabile dall’inizio verso la fine, la poesia colpisce e aggancia con una riga, un’immagine, un passaggio, che di fatto contengono il tutto.
Due figure umane – due percorsi attraverso il tragico splendore del reale.
Un luogo, una terra di mezzo tra due abissi – in cui l’errore si compie e si ripete, inesauribile, fino a diventare come una memoria in cui si cade fino alla consapevolezza.
E poi, è tempo di risplendere.
“E noi: spettatori sempre, ovunque / rivolti alla forma e mai con lo sguardo aperto / Essa ci colma. E al bisogno l’assestiamo / Ma ogni volta crolla / La riordiniamo/ E disgreghiamo noi stessi / Chi ci ha rivoltati / così che noi siamo sempre nella posizione / di chi se ne va?” .
Vogliamo pensare ad un essere umano che riconquista la propria capacità critica e di autodeterminazione, la propria volontà di esistere – ed al contempo essere: molecola creativa del mondo.
Grazie alla poesia – che è una forma di conoscenza legata allo svelamento – il progetto è diventato un attraversamento delle geometrie di una città, alla ricerca della storia che l’ha segnata. Una ricerca di vissuti e di ciò che da essi proviene, di ciò che da essi consegue.
Hamelin è uno sguardo a quel definitivo provvisorio che ci dicono occorra a tutti noi per marciare sul futuro. E’ uno scoprire lentamente, passo dopo passo, battuta dopo battuta, che i topi non stanno né in soffitta né in cantina. E che l’unica soluzione è una presa di coscienza, non più solo vera ma autentica.
Il progetto parte da una necessità: attraversare la complessità degli eventi in cui esistiamo, grazie al vero per finta del teatro che illumina l’autentico.
Ripensando la scena come spazio di analisi e rinascita della realtà, essa stessa
diventa allora il luogo – citando Pasolini – che “opera una rapida sintesi della vita passata e la luce retroattiva che rimanda su tale vita ne trasceglie i punti essenziali facendone degli atti mitici o morali fuori del tempo. Ecco, questo è il modo con cui una vita [delle vite] diventa una storia”.
Barbara Caviglia e Andrea Damarco
Replicante teatro






























































































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