produzioni2025-06-17T17:46:07+02:00

L’ultima notte di  Don Giovanni

concerto per attori e  chitarra  elettrica

 

con

Marco BRUNET

Andrea  DAMARCO

Lilliana  NELVA STELLIO

musiche originali: Marco BRUNET

drammaturgia: Andrea DAMARCO

ideazione live: Lilliana NELVA STELLIO

architetture sonore: Luca MINIERI

Don Giovanni e Edmond Rostand

Con Mozart e Da Ponte Don Giovanni raggiunge il punto più alto… dopo, per lui, non resta che l’inferno…

Per tutto l’Ottocento, Don Giovanni non farà altro che sprofondare sempre più nella sua crisi esistenziale. Impigliato nel Romanticismo prima e nel Decadentismo poi, non troverà più quella libertà di spirito che gli aveva consentito di assaporare i piaceri della vita. Non solo, ma durante l’Ottocento prende anche un brutto vizio… quello di innamorarsi. Così, tutta la leggerezza che gli aveva consentito di svolazzare tra note e gambe scompare e, da “angelo dell’amor crudele”, si trasformerà in un “Icaro precipitante” destinato a schiantarsi in quella fratta di teoremi sempre più complicati, sempre più pesanti, che lo inghiottiranno in un oceano di elucubrazioni…

Edmond Rostand, autore del fortunato Cyrano, scrive La dernière nuit de Don Juan che verrà pubblicato (e anche rappresentato) dopo la sua morte (2 dicembre 1918).

Edmond Rostand non può essere definito un naturalista o un simbolista, non è uno scrittore d’avanguardia e nemmeno un autore comico, ma sostanzialmente un poeta che, in piena belle époque, si dimostra pienamente consapevole della metamorfosi storica avvenuta e, senza tentare di ridar vita ad un corpo ormai esangue, ci restituisce un mito ancora capace di stupire…

Il suo Don Giovanni comincia là dove finisce quello di Mozart, e cioè nella discesa all’inferno ad incontrare il diavolo, al quale è legato da un rapporto che non è quello della vittima nei confronti del proprio carnefice ma, piuttosto, quello di un dipendende nei confronti del proprio datore di lavoro: Don Giovanni è il sicario del diavolo… Un sicario che, obbligato a stendersi sul lettino di un precoce psicoanalista (il diavolo stesso), attraverso un gioco di riflessi (anche l’ambientazione – Venezia – è il luogo dei riflessi) indaga su se stesso…


L’ultima notte di Don Giovanni

Se il famoso Cyrano rostandiano altro non è che un Don Giovanni della parola che, consapevole della sua bruttezza, non ama gli specchi e va a riflettersi nell’Altro, nel prestante ma inconsistente Christian, Don Giovanni, consapevole di essere un mito, per restare vivo necessita di specchi (che lui non teme, anzi, li ha inseguiti e celebrati per tutta la vita) che lo riflettano, perché tutto ciò che gli resta è la contemplazione di ciò che è stato…

Ma chi è stato in realtà?

… Voci e ombre (del passato e delle sue mille e tre amanti), chiamate a rivivere da un diavolo che (per l’occasione) si “fa” anche Paracelso, a poco a poco gli levano tutto, lo spolpano, brano a brano e, Don Giovanni, da grande tessitore di inganni, si scopre insetto impigliato nella tela che lui stesso aveva tessuta…

Il verdetto del diavolo (che poi è un ennesimo riflesso di Don Giovanni stesso) è tremendo e coerente col gioco del riflesso: Non il fuoco eterno, ma l’eterno teatro! In un piccolo inferno di tela, il teatrino dei burattini, confinato in un palcoscenico delle dimensioni di una scatola, sarai condannato a recitare te stesso: l’eterno adultero su uno sfondo azzurrino…

Andrea Damarco


Certi progetti rimangono per anni tra le pieghe dei desideri.

Forse è per questo che non si abbandonano.

Uno tra questi voleva in forma “live” un impasto tra il Teatro e la protagonista assoluta della musica rock, blues ed haevy metal:

la Chitarra Elettrica: suono distorto, trasgressore – benedetto/maledetto – e mito indomito di eccessi e dannazioni…

Andrea arriva con un testo, c’è il Don Giovanni in questione…: un mito in attesa di essere suonato come si deve!

Don Giovanni: vizioso, immorale, sfrenato – benedetto/maledetto – che si consuma consumando…

La commistione è istantanea. È un connubio brutale, malinconico, ed inquieto insieme, degno di un mondo crudo e tragico: il nostro.

E, come sempre accade alle cose che devono accadere, anche l’occasione di collaborare con Marco (amico, musicista e chitarrista “consumato”), si fa concreta…

E, la “materia rock” si compone, via-via, ruvida, graffiante, languida, diretta… in osmosi con la drammaturgia di Andrea e con il fatale crollo del mito di Don Giovanni…

Don Giovanni: burattino in permanente rappresentazione di sé stesso; calcolatore usa-e-getta di un mondo femminile chiamato – anch’esso – a recitare la sua parte…

Don Giovanni: burattino-collezionista di donne, e dei loro dolori (di cui lui stesso è l’artefice), che infligge lacerarando, corrompendo, dominando, possedendo: vivi-per-me-soffri-per-me… Ninon, Agata, Lucilla, Chantal, Amanda, Isabeau … tutte…  

Son 1003!

Don Giovanni: infelice riflesso della nostra contemporaneità superficiale, egoista…

Tra le note distorte dalla nostalgia e tra gli accordi, a tratti ludici e contorti, le vittime di Don Giovanni, non più burattini delle farse d’amore, ma oramai solo ombre e spettri della coscienza, lo accompagnano sulla soglia dell’ultimo sipario: non l’inferno – che scongiura senza rimorsi – ma l’eterno teatrino del Gran Burattinaio. Una dannazione insospettata, ma spietata quanto la sua malvagità…

(Da Molière: “… gli uomini acconsentono di buon grado ad essere malvagi ma non potranno mai sopportare di essere ridicoli…Il teatro è di grande efficacia: un gran colpo per tutti i vizi degli uomini, l’esporli così alla derisione universale”).

Un Requiem per Don Giovanni… poi, gli ultimi accordi di una Chitarra chiudono il siparietto.

Lilliana Nelva Stellio


La promiscuità è stata alla base del nostro lavoro musicale…

Si comincia e si finisce con quanto di più “dark” Mozart abbia mai scritto: l’ouverture del Don Giovanni e il Dies Irae dalla Messa K 626. Dentro c’è di tutto: i temi classici, seppur trasfigurati, si alternano a quelli originali, i momenti “hard” a quelli “soft”.

Credo che questo spettacolo possa essere definito un incontro a metà strada.

Da una parte la chitarra, che non vuole commentare ma che ambisce a diventare personaggio, dall’altra gli attori, le voci, che diventano parti musicali, sorgenti di suoni ancor prima che di parole.

Marco Brunet

Parte I

Parte II

Parte III

Settimana teatrale all’Area

un progetto originale di Barbara Caviglia e Andrea Damarco

Aosta, Area Megalitica di Saint Martin de Corléans / 1 – 7 novembre 2018

L’Area Megalitica di Saint Martin de Corléans si trova a sei metri sotto il livello della realtà attuale. Si trova a seimila anni da qui. Il teatro nasce a metà strada tra i solchi delle arature megalitiche e i solchi della nostra esistenza. Entrambi sono qui, in equilibrio in una compresenza di presenti.
Il teatro lavora sul qui e sull’ora attraverso le visioni dell’uomo: qualcuno vede una cosa – nell’attimo in cui la vede quella cosa è – il teatro la rende esistente.
Ogni volta in teatro si compie un rito: attraverso un atto espressivo e vivente di contemplazione, l’uomo agisce il mistero con la sua carne, le sue ossa, il suo respiro.
Questo il motivo che ci ha fatto desiderare di condividere in questo recinto sacro che è l’Area Megalitica di Saint Martin de Corléans una Settimana di Teatro e Dialoghi con il pubblico.

Barbara Caviglia e Andrea Damarco

Sezione matinées

Speciale scuole

5, 6, 7 novembre 2018 – ore 10.00

Collettivo Progetto Antigone

Direzione artistica Letizia Quintavalla

PAROLE E SASSI

LA STORIA DI ANTIGONE PER LE NUOVE GENERAZIONI

con

Barbara Caviglia

LA TRAGEDIA GRECA RACCONTATA ALLE NUOVE GENERAZIONI

Antigone, antica vicenda di una giovane donna che lotta per i propri diritti in una società maschile, è stata narrata nei secoli a partire dal dramma scritto dal poeta greco Sofocle nel 440 a.C.  Ora venti attrici riunite in Collettivo la raccontano – ognuna nella propria regione e solo con un piccolo patrimonio di sassi – alle nuove generazioni, con l’obiettivo che possano conoscerla, ricordarla e raccontarla a loro volta.

Sezione pomeridiana

DIALOGHI

3, 4, 5, 6, 7 novembre – ore 17.00


3/11 GAETANO LETTIERI, professore ordinario di Storia del cristianesimo e delle chiese, Sapienza Università di Roma

Sinossi dell’intervento

Tentando di mettere a fuoco la paradossale eterologia del desiderio evangelico e cristiano, insisterò sulla compresenza tra esperienza di morte ed esperienza di rinascita come sue articolazioni irrinunciabili. Si tratterà, quindi, di ripensare l’attualità scandalosa del rapporto cristiano con la trascendenza dell’altro, mostrando come l’autentica spiritualità cristiana sia quella di una responsabilizzante “mistica degli occhi aperti”: questa è instancabilmente impegnata nel riscatto delle vittime, nella prospettiva etica e politica di una democrazia a-venire, capace di dire sempre “Vieni!” all’altro. Non si dà infatti vita, né godimento, né libertà, né autentica comunità, insomma non si dà umanità degna di questo nome, senza esposizione al rischio tremendo ed esaltante del rapporto di accoglienza dell’altro in sé. L’eterologia cristiana, che crede in una vita inseparabile dalla morte e nella morte significata dalla vita, non può non essere ricapitolata nel vangelo di Gesù, del morto che è vivo: il cristianesimo è pertanto interpretabile come religione autodecostruttiva, che vive del suo morire, facendosi logos della carne, della sua sofferenza e del suo riscatto, della testimonianza del dono e dell’attesa messianica della venuta dell’altro, riuscendo ad essere ancora attuale nella nostra cultura secolarizzata e demitizzata

4/11 GIANFRANCO ZIDDA, dottore in Lettere, Archeologia e studi classici, del Mediterraneo Antico e del Vicino Oriente; funzionario Sovrintendenza ai Beni culturali della Valle d’Aosta

L’interpretazione difficile. Ipotesi di identificazione di personaggi raffigurati nella statuaria antropomorfa megalitica di Aosta


5/11 ANDREA DÉSANDRÉ, insegnante; ricercatore presso l’ Istituto storico della resistenza e della società contemporanea di Aosta

Sinossi dell’intervento

La tradizione eleusina fissa due date molto precise: il 1216 a.C., l’anno in cui Demetra stessa avrebbe costituito il suo culto misterico ad Eleusi, e il 380 d.C., l’anno di chiusura del tempio voluto dalla dea. La stessa tradizione prolunga poi di molti secoli la storia dei misteri eleusini e la fa scorrere sino ai giorni nostri attraverso mille rivoli carsici che solcano in lungo e in largo la cultura occidentale. L’intervento proporrà un itinerario nello spazio e nel tempo lungo le tracce, a volte tanto evidenti da risultare invisibili, di questa antichissima e impenetrabile misteriosofia. Si partirà ovviamente dalla pianura di Enna, il luogo del rapimento di Persefone, per poi proseguire velocemente, passando da Creta, verso Eleusi. Da qui si riprenderà il viaggio che, dopo aver toccato diverse località (Alessandria d’Egitto, Costantinopoli, Ferrara, Firenze, New York, Torino, ecc.), giungerà nella nostra Valle.

Nota biografica

Andrea Désandré (Aosta, 1971), insegna Materie Letterarie negli istituti superiori della regione. Attualmente, grazie ad un distacco, svolge attività di ricerca presso l’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta e si occupa soprattutto di formazione e cultura delle élite dirigenti locali, tema a cui ha dedicato diversi saggi storiografici.

6/11 ENRICO PIERGIACOMI, storico della filosofia antica e collaboratore di ricerca post-doc, Università degli studi di Trento; studioso di teatro

Sinossi dell’intervento

L’intervento si ispira al percorso drammaturgico originale de I due abissi di Spica e alla sua riscrittura del mito di Demetra. Esso si divide sostanzialmente in due parti. Nella prima, si propone che il mondo dei vivi e il mondo dei morti non siano nettamente separabili, o due ambiti del reale tra loro incomunicabili, bensì due piani di esistenza che possano entrare in rapporto reciproco. Il racconto del rapimento di Persefone da parte di Ade che simboleggia il ciclo delle stagioni è uno dei molteplici esempi che possono essere addotti, infatti, per spiegare come vita e morte siano tra loro inestricabili. L’estate e la primavera non risorgerebbero vigorose ogni anno, se non morissero ciclicamente col giungere dell’autunno e dell’inverno. Inoltre, sia la vita che la morte sono accomunate dal fatto di essere appunto due “abissi”, ossia due dimensioni in larga parte misteriose e insondabili, nonché due “universi sonori”. Anche i morti emettono suoni dall’oltretomba, solo che i vivi sono troppo occupati dalle loro faccende per poterli udire e riconoscere.

La seconda parte dell’intervento presenta e tenta di risolvere il problema che segue. Posto che il mondo dei vivi e il mondo dei morti possono entrare comunicazione, in che modo si può gettare un ponte tra i due? L’area megalitica di Aosta era una zona dedicata all’incontro dei vivi e dei morti attraverso il rito religioso, o meglio il rito “sonoro”. Si proporrà, dunque, che si possa gettare un ponte tra vita e morte attraverso il canto. Quest’ultimo trarrebbe allora origine dallo sforzo di mettere vivi e morti in relazione.

Nell’intervento, si tenterà di proporre una visione “laica”, o una razionalizzazione dell’esperienza rituale. Vita e morte non sono separabili perché l’una non si darebbe senza l’altra. Se l’esistenza non fosse breve e mortale, l’artista non canterebbe né comporrebbe poesia, perché non avrebbe ragione di salvare dalla caducità i suoni che appaiono nella nostra esperienza, per poi subito dileguarsi nel vento.

Nota biografica

Enrico Piergiacomi cultore delle materie di Storia della filosofia antica e di Storia del teatro presso l’Università di Trento. È specializzato nello studio del pensiero teologico antico e delle sue ricadute morali, nonché dei rapporti tra filosofia e teatro. Attualmente, supervisiona il Laboratorio Teatrale e il Progetto Arianna dell’Università di Trento (http://r.unitn.it/it/lett/laboratorio-teatrale), nonché cura la rubrica Teatrosofia (http://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con Teatro e Critica, dedicata alla ricostruzione delle concezione che i filosofi antichi avevano dell’arte dell’attore. Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di Büchner, artista politico (Università degli Studi di Trento, Trento 2015), autore di una Storia delle antiche teologie atomiste (Sapienza Università Editrice, Roma 2017), curatore e traduttore del libro di Phillip Mitsis, Libertà, piacere, morte. Studi sull’Epicureismo e sulla sua influenza (Carocci, Roma 2018; di prossima pubblicazione). Un suo profilo completo è consultabile su Academia.edu: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

7/11 ENRICO MONTROSSET, studioso di filosofia

Sinossi dell’intervento

E’ possibile una mitologia oggi? Si può parlare di pensiero mitico e di verità mitica?
Queste e altre domande orientano il percorso che vi propongo. Il rapporto tra il mythos e il logostra il racconto delle cose e la ricerca della loro verità costituisce un tema di riflessione che si articola lungo tutta la storia del pensiero, sin dall’antichità greca.
Ma perché a un dato momento l’uomo occidentale sembra non avere più bisogno dei miti e del mitico?
A partire della drammaturgia proposta da Replicante Teatro, intendo poi riflettere in modo particolare sul duplice movimento di discesa e ascesa, di catabasi e anbasi – secondo il lessico greco – che ha caratterizzato non solo l’immaginario mitico greco ma anche quello moderno e più vicino a noi.

Nota biografica

Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano) con la tesi: “L’Archeologie par l’exemple: studio sulle relazioni tra il metodo archeologico di Michel Foucault e la serialità integrale delle composizioni musicali di Jean Barraqué”, continua la sua formazione partecipando presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano al III Corso di Perfezionamento in Discipline Filosofiche e Storiche dal tema: Filosofia, etica e politica nel Novecento europeo. Dal 2007 è impegnato nella divulgazione della filosofia e delle storia delle idee in numerose scuole superiori, università e corsi privati della Valle d’Aosta. Lavora dal 1997 nella sua casa di produzione audiovisiva L’Eubage srl. Si occupa in particolare della relazione tra suoni e immagini e dei legami tra gli immaginari culturali, la tecnologia e gli strumenti di creazione e le dinamiche dell’immaginazione individuale. Dal 2015 è direttore artistico della struttura aggregativa, di promozione sociale e culturale La Cittadella dei Giovani di Aosta.

Sezione soirées

dal 1° al 7 novembre 2018 – ore 21.00

Replicante teatro

I DUE ABISSI DI SPICA

un rito sonoro

un progetto di Barbara Caviglia e Andrea Damarco

ideazione e regia
Barbara Caviglia e Andrea Damarco

drammaturgia
Barbara Caviglia

con
Barbara Caviglia e Andrea Damarco

composizione della tessitura musicale ed esecuzione dal vivo
LabPerm: Domenico Castaldo, Ginevra Giachetti, Marta Laneri, Rui Albert Padul, Natalia Sangiorgio

sound
Luca Minieri

luci
Paolo Lamberti

live visuals
Andrea Carlotto – Silent Media Lab

realizzazione costumi e oggetti di scena
Studio Sossai Scenografie Bologna

organizzazione
Roberta Carla Balbis

Dalla drammaturgia :

Le persone del dramma
Un uomo
Una donna
Coro guidato da un corifeo

La scena
Un confine che ha sofferto molte morti e generato molte vite

Argomento
Solo l’amare, solo il conoscere, conta; non l’aver amato, non l’aver conosciuto

Prologo

Siamo su un confine che ha sofferto molte morti e generato molte vite
Da questa parte un recinto sacro
La zampata di un ferro per buoi lo attraversa e da essa proviene un canto d’ira accesa
Che illumina il tunnel tra la vita e la morte
Nei solchi della terra arata
Un essere nasce già uomo strisciando tra i vuoti e le paure della vita giunta a metà,
quando la morte a testa in giù ride mostrando i denti
Davanti, la platea
A voi che siete qui, presenti, ora,
apparirà la storia di  Dèmetra dalla bella chioma,
e di sua figlia Persefone dalle caviglie sottili,
strappata alla madre per volere di Zeus

Questa non è solo la commedia che si vede e che si sente,
ma anche la commedia che non si vede e non si sente
Questa non è solo la commedia di ciò che si sa,
ma anche di ciò che non si sa
Questa non è soltanto la commedia delle bugie che si dicono,
ma anche della verità che non si dice

Mito di Demetra e Persefone (Kore) – SINOSSI

Persefone, unica figlia della dea Demetra, cresceva insieme a sua madre.
Ade se ne innamorò, e con il favore di Zeus la rapì: mentre Persefone stava raccogliendo fiori in un prato, improvvisamente la terra le si aprì sotto i piedi e la fanciulla venne trascinata nel mondo di sotto.
Quando Demetra si accorse che la figlia era scomparsa, impazzita dal dolore cominciò a cercarla, giorno e notte, per mari e per monti.
E nessuno volle aiutarla.
Dopo nove giorni e nove notti di disperazione, Ecate ne ebbe pena e l’accompagnò da Elio, il sole, che le rivelò la verità.
Demetra per il dolore divenne talmente furiosa, da abbandonare il suo posto ed i suoi doveri sull’Olimpo e, travestendosi da vecchia, riuscì a farsi accogliere a servizio da Celeo, re d’Eleusi, come balia di un bimbo nato da poco.
Demetra desiderò farne un dio: lo ungeva d’ambrosia e di notte lo esponeva alle vampe del fuoco. Ma la madre del piccolo una notte scoprì il suo figliolo tra le fiamme e opponendosi alla volontà della dea, ne provocò l’ira.
Da quel momento la terra s’inaridì, le gemme appassirono, nessun albero fiorì o diede frutti. Sull’umanità si scaraventò una sofferenza pari a quella della dea madre.
Per placare quel dolore, Zeus ordinò allora ad Ade di rimandare Persefone a casa.
Ade obbedì, ma prima fece in modo che ella ingoiasse un seme di melagrana: in quel modo la legava al mondo sotterraneo per sempre. Persefone avrebbe dovuto tornarvi ogni anno per un terzo dell’anno.

DEMETRA (Δημήτηρ, Demēter)

Divinità della Grecia antica, strettamente unita, nel culto e nel mito, alla figlia, Kore o Persefone; sicché ordinariamente l’una e l’altra venivano designate insieme con appellativi comuni, come “le due Dee” (τὼ ϑεώ), “Le Venerande” (αἱ Σεμναί), “le Signore” (αἱ Δεσποιναι), “le grandi Dee” (αἱ μεγάλαι ϑεαί). Demetra, secondo l’etimologia più comunemente accettata (Δῆ μήτερ = Γῆ μήτηρ), è la Madre terra, la dea, cioè, della terra produttrice. Dea materna è dunque Demetra, oltre che dea dell’agricoltura. Ella ha donato agli uomini il frumento e ha insegnato loro a coltivarlo: dà loro la pioggia e il clima più favorevole alla vegetazione del grano, e ne protegge la maturazione.
Un altro aspetto di questa divinità è quello in cui essa si presenta in stretto legame col regno dei morti e con le divinità dell’oltretomba. Come tale e come madre di Persefone ella porta l’epiteto di Ctonia, e, oltre che con Ade, forma gruppo con Ermete Psicopompo, con le Erinni e con Dioniso: e così in Atene si chiamano Demetrioi (Δημήτριοι) i trapassati, e qui come a Sparta si soleva offrire un sacrificio a Demetra durante la cerimonia dell’inumazione.
Il nesso stabilitosi fra Demetra e le divinità infernali portò anche a un addolcimento nella figura di Ade e di Persefone. Eleusi fu il centro del culto di Demetra come divinità ctonica e dell’oltretomba: quivi si celebravano annualmente, col rito dei misteri, le grandi feste Eleusinie, le quali ricordavano il ritorno di Persefone agl’Inferi, dopo l’annuo soggiorno terreno presso la madre e ripetevano così simbolicamente l’eterna vicenda della natura che s’immerge nel letargo invernale, per risvegliarsi a nuova vita all’avvicinarsi della primavera.

ALITROS

l’uomo venuto dalla pancia di un cavallo

di

Andrea Damarco

con

Andrea Damarco

Paola Zaramella

e

Christian Curcio (bouzouki – sitar)

Federico Gregori (oud – udu)

Dopo la guerra di Troia, Odisseo si dirige verso la terra natìa: ITACA.

Ma sembra che il ritorno non sia possibile per quell’uomo “venuto dalla pancia di un cavallo”.

Non subito. Dieci anni gli occorrono per ritornare alla “Terra del Padre”.

In questi dieci anni, sballottato da una parte all’altra del Mediterraneo, Odisseo compirà la sua odissea. Dopo Troia, “ancora caldo di guerra”, per primi incontrerà i Cìconi che, aggrediti, reagiscono e lo costringono a fuggire; arriverà sull’isola dei Lotofagi (che mangiano i fiori di loto e poi dimenticano): a calci dovrà portare via i suoi compagni da quel desiderio di oblio, per giungere dai Ciclopi. E anche lì, morte e dolore e, soprattutto, un nemico potente e dichiarato (Poseidone, padre di Polifemo che Odisseo ha accecato) che tenterà con ogni mezzo di impedirgli di tornare in patria. Fuggirà di nuovo, e giungerà all’isola galleggiante di Eolo (il dio padre di tutti i venti) che, per aiutarlo, rinchiuderà i venti in un otre e spedirà Odisseo verso casa, ma proprio innanzi alle coste di Itaca, ancora succede qualcosa, e la via verso casa si smarrisce di nuovo; conoscerà i Lestrìgoni, e perderà dodici navi a causa loro; e poi un anno con Circe, e la discesa nel regno dei morti (nell’Ade a interrogare Tiresia), e il canto delle Sirene che ascolterà legato all’albero della sua nave, e poi Scilla e Cariddi che abitano quello stretto passaggio; e ancora, un approdo in Sicilia, dove perderà i suoi ultimi compagni nell’isola delle vacche care al dio Sole, per giungere, infine – solo – nell’isola in fondo al mondo: Ogigia. Sette anni resterà con Calipso (a piangere di giorno e a fare l’amore di notte); poi, per volere di Zeus, la ninfa lo aiuterà ad arrivare all’isola Feacia dal magnanimo Alcìnoo che, coprendolo di doni, lo condurrà finalmente (“in un sonno del tutto simile alla morte”) a Itaca.

Abbiamo scelto di fermarci davanti all’antro delle Ninfe: sotto l’olivo frondoso dove i Feaci lasciano Odisseo addormentato.

Abbiamo scelto di non raccontare di Telemaco, suo figlio, del palazzo che Odisseo dovrà “ripulire” dai Proci, dell’incontro con la sua sposa Penelope e con suo padre Laerte…

Abbiamo scelto, in occasione di “Eptagono – rassegna di eventi incatenati ispirata all’acqua”, di concentrarci su questo elemento – l’acqua -, appunto, che è quello che più di tutti impedisce a Odisseo, per dieci anni, di ritornare a casa…

E abbiamo chiesto ad Andrea Désandré di aiutarci a indagare insieme alcune precise domande: Cos’è ITACA? Chi sono i Feaci? E l’antro delle Ninfe? E l’Odissea? E Poseidone e il suo regno, chi sono? Chi è Odisseo? Chi rappresenta? E che differenza c’è tra viaggio e ritorno?

***

Nel 2018, affrontando per la prima volta l’Odissea, avevo scelto di narrare del rientro di Odisseo in patria iniziando dal viaggio in cui trasportato dai Feaci, “in un sonno del tutto simile alla morte”, fa ritorno a Itaca. Avevo lavorato infatti a partire dal Libro XIII per giungere al XXIII di fronte al talamo, e lì fermarmi.

Poi, la pandemia… Con i suoi esili forzati. E…

E l’incontro e il confronto approfondito con Andrea Désandré, le sue angolature, la sua interpretazione del poema, la sua sensibilità… mi hanno fatto venire voglia di ricominciare, e di rivedere profondamente tutto. Oggi, 3 anni dopo, scelgo di partire dal libro V, invece, e di fermarmi al XIII, proprio perché non del ritorno desidero parlare oggi, ma di ciò che lo rende così difficile.

Andrea Damarco

BIBLIOGRAFIA

– Odissea – Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti – edizioni Einaudi

Libro V (Calipso) – Libro VI (Naufragio – Dea Bianca – arrivo di Odisseo tra i Feaci – Nausicàa) – Libro VII (La terra dei Feaci – il palazzo di Alcìnoo) – Libro VIII – (invito a ricordare) – Libro IX (Cìconi, Malea – Mangiatori di Loto – Polifemo) – Libro X (Eolo – Lestrìgoni – Circe) – Libro XI (evocazione dei morti) – Libro XII (Sirene – Scilla e Cariddi – Vacche del Sole) – Libro XIII – (Partenza dal paese dei Feaci – arrivo a Itaca – antro delle Naìadi)

– Dall’Odissea – Traduzione di Salvatore Quasimodo – edizioni Mondadori

– L’antro delle Ninfe – Porfirio – edizioni Adelphi

– Le nozze di Cadmo e Armonia – Roberto Calasso – edizioni Adelphi

L’ultima regina

un prologo – tre quadri – un epilogo

di

Andrea Damarco

con

Paola Zaramella

  • PROLOGO: nobildonna con valigia in cima alla scala
  • I QUADRO: nobildonna alla finestra
  • II QUADRO: nobildonna dentro un corridoio
  • III QUADRO: nobildonna allo specchio
  • EPILOGO: nobildonna che scende le scale un gradino alla volta

È un breve viaggio, in punta dei piedi, all’interno di un castello che fu avamposto reale per le sanguinose battute di caccia di Vittorio Emanuele II e Umberto I; provvisoria prigione per i gerarchi fascisti dopo il 25 aprile del 1945; ma anche pied a terre di Umberto II (il re di maggio) e Maria José (del Belgio)…

È una passeggiata tra i respiri di un monologo itinerante in compagnia di un’attrice. Un vagare tra le stanze di un castello che fu l’ultimo castello dell’ultimo re d’Italia: il conte di Sarre. Tra quelle stanze, i possibili pensieri di Maria José in quei primi giorni di settembre del 1943 (Badoglio annunciava per radio l’armistizio con gli Alleati, e il Re fuggiva lasciandoci soli con il nemico in casa); pensieri di una donna, testimone diretta dell’estinzione della monarchia italiana e, di conseguenza, “ultima regina d’Italia”.

Menzione Speciale Tragos 2023

Menzione Speciale Tragos 2023

FRANCHENSTAIN

Alcune riflessioni…

Parecchi anni fa scelsi di affrontare la creatura di Mary Shelley – “Frankenstein” – accogliendo il suo impianto narrativo e mettendo in scena il suo romanzo: un uomo che rifiuta la morte, in una sfida indecente, crea da essa stessa la vita abbandonandola poi al suo misero destino… La drammaturgia di allora, in una sorta di delirio schizofrenico, contemplò il padre e il figlio come due facce di una stessa medaglia; e Frankenstein (padre) e Frankenstain (figlio) si sbranavano attraverso un monologo in due tempi in cui padre e figlio, appunto, si distruggevano attraverso lo smembramento del corpo dell’attore che diventava un vero e proprio campo di battaglia.…

Oggi, ho scelto di rivedere questa icona gigantesca e riconsiderare la figura del “mostro” (dal latino: monstrum, prodigio, cosa straordinaria) coinvolgendola in un altro viaggio, “un viaggio in solitaria”, un viaggio qui e ora: hic et nunc; un viaggio in cui della figura di Victor (del padre), non v’è più alcuna traccia.

L’impulso è stato quello di dedicarmi al risultato di certe scelte, di certe nevrosi, di certe cecità, e lavorare, quindi, intorno alla condizione della solitudine che ne scaturisce e che, più di tutto, caratterizza la figura del “Frankenstein figlio”… Una solitudine (apparentemente) senza soluzione che costringe un uomo a dover apprendere, in totale isolamento, come funziona il mondo e trangugiare, senza possibilità di appello, le sue regole spietate e i suoi ottusi paradigmi. Una solitudine che lo costringe a procedere senza la possibilità di un confronto, senza la possibilità di stabilire un contatto umano, e imparare, e apprendere, senza l’esperienza di una relazione umana alla pari… Per scoprire, però (e qui il “Frankenstein” di Mary Shelley si trasforma nel “Franchenstain” di Replicante: il camminante, che evolve e si incammina, come suggerisce il poeta Keats, nella “valle in cui fare anima”), che il mondo, forse, esiste anche senza di noi e/o malgrado noi; e la poesia e la bellezza del mondo diventano, o possono diventare, il luogo e la modalità in cui e con cui coltivare un nuovo sguardo capace di curare ogni ferita e farsi antidoto al veleno di ogni paura. Il mondo ci fa ammalare ma – anche – ci guarisce.

L’anima non si spaventa mai. È la mente che cade di panico in panico. Ecco perché rafforzare lo sguardo dell’anima e non della mente; e questo Franchenstain, a differenza di quello della Shelley, si salva perché non smette di essere bambino nella sua modalità con cui osservare il mondo e raccontarselo.

Il desiderio che ha mosso questo lavoro è stato quello di indagare il processo di apprendimento come fosse una solitaria preghiera. Una preghiera che sboccia dall’incanto che scaturisce a sua volta dalla contemplazione del mondo, e che rischia di appassire come un fiore trascurato a causa dello sgomento provocato da un rifiuto costante perpetuato nei confronti di un soggetto discriminato “per principio”; una preghiera disposta a trasformarsi in bestemmia proprio per giungere fino all’essenza più profonda di se stessa e lì ritrovarsi e salvarsi.

Ho scelto di iniziare con una citazione fotografica (purtroppo famosissima): quella del bambino di Bodrum che giace conficcato nella sabbia di una spiaggia in Turchia, perché rifiutato – a priori – da un mondo, il nostro, che aveva scelto, senza appello, che non ci sarebbe stato posto per lui. Ho scelto di condividere, per l’inizio di quest’azione teatrale, lo stesso luogo di partenza: una spiaggia. Una spiaggia in cui risvegliarsi dalla morte, però, e tentare di verificare se davvero sia possibile confermare che da noi proprio non ci sia posto per qualcuno.

Franchenstain (di Replicante) è tutte le volte che qualcuno arriva e non è il benvenuto. Tutte le volte che sfugge il senso del nostro essere qui e ci assale lo sgomento. Ma, a differenza di quello di Mary Shelley, il nostro Franchenstain sceglie di non cristallizzarsi in quel rifiuto, in quello sgomento, ma di trarre da quel rifiuto, e da quello sgomento la forza necessaria per camminare avanti cambiando, non solo direzione, ma obiettivo e fare del mondo “la valle in cui fare anima”.

La drammaturgia si affida all’energia del monologo, un monologo in cui le cicatrici del “mostro” non stanno sul corpo dell’attore, ma sulla parola che, come sguardo sul mondo, si tira dietro il tormento di una solitudine e le sue sbandate. L’installazione virtuale di Andrea Carlotto è azione solidale e dinamica a questo viaggio dell’anima in cerca di una patria in cui tornare con un tesoro da restituire attraverso talenti che ha tentato di far fruttare. È mondo, è vita che pulsa nel cuore, e che tracima sul pavimento del teatro (un piccolo schermo bianco), come un’emorragia di visioni.

Andrea Damarco

Ti dico un libro – open

tra bei ragionamenti e parlar basso

 

un progetto di letture ad alta voce

dedicato al pubblico della terza età

 

da novembre a febbraio

Espace Heptagon

Maison Gargantua – Gressan – Fraz. Moline, 3

Ti dico un libro – open – Decameron

by |Novembre 23rd, 2021|Categorie: Ti dico un libro - open|tag = |

Ti dico un libro – open

DECAMERON 10 novelle per 10 giornate

 

Abbiamo scelto di aprire l’autunno del secondo anno di pandemia con un ciclo di letture sceniche tratte dal “Decameron”.

Dedicare dieci giornate alla rilettura di dieci novelle (scelte tra le cento del Decameron) che abbiamo selezionato, per il varo del progetto, appositamente per un pubblico speciale: quello della terza età.

Abbiamo pensato di riunirci nel villaggio di Moline (appena sopra Aosta) e, nella sala eptagonale di Maison Gargantua, condividere un poco del nostro tempo con chi, del tempo, desidera fare occasione per coltivare lo spirito insieme ad altri.

Un viaggio nell’”Umana Commedia” in cui Laura Costa introdurrà il Decameron e, di volta in volta, le novelle scelte, e Andrea Damarco le proporrà in una lettura scenica appositamente allestita per il progetto.


Prima giornata

La regina è Pampinea, che sceglie un tema libero.

Seconda giornata

La regina è Filomena e il tema scelto è la fortuna. Le novelle trattano di personaggi che, trovandosi in gravi difficoltà, grazie alla loro intelligenza e alla fortuna, dopo difficoltà e peripezie, giungono a un inaspettato lieto fine.

Terza giornata

La regina è Neifile e il tema è l’ingegno.

Quarta giornata

Il re è Filostrato e il tema sono gli amori che finiscono tragicamente.

Quinta giornata

La regina è Fiammetta e il tema sono gli amori che si concludono con un lieto fine.

Sesta giornata

La regina è Elissa e il tema sono i motti di spirito, con cui chi si trova nei guai, riesce a cavarsi d’impaccio.

Settima giornata

Il re è Dioneo e il tema sono le beffe ai mariti. I personaggi delle dieci novelle hanno caratteristiche comuni: i mariti sono ricchi ma poco intelligenti, le mogli sono furbe e gli amanti sono giovani e belli.

Ottava giornata

La regina è Lauretta e il tema sono ancora le beffe.

Nona giornata

La regina è Emilia e il tema è libero.

Decima giornata

Il re dell’ultima giornata è Panfilo e le novelle hanno per tema la liberalità e la magnificenza.


Le 10 giornate che proponiamo sono 11

Giornata 0 – Introduzione – La Peste

Giornata I – novella III – Melchisedech Giudeo

Giornata II – novella II – Rinaldo d’Esti

Giornata III – novella II – il palafreniere di re Agilulf

Giornata IV – novella I – Tancredi e Ghismunda

Giornata V – novella IX – Federigo degli Alberighi

Giornata VI – novella IV – Chichibìo cuoco

Giornata VII – novella IV – Tofano e Ghita

Giornata VIII – novella III – Calandrino e l’Elitropia

Giornata IX – novella II – La badessa e le brache del prete

Giornata X – novella V – Madonna Dianora

Il progetto prevede che possano essere scelte anche solo una o più novelle in quanto la struttura è modulabile e ogni incontro è autonomo e completo nella sua proposta drammaturgica.

E dal 2022 è disponibile anche per il pubblico delle scuole nella sezione “Ti dico un libro- il teatro va a scuola”.

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Ti dico un libro – open – Invisibili

by |Febbraio 9th, 2023|Categorie: Ti dico un libro - open|tag = |

Ti dico un libro – open

INVISIBILI

 undici camei ritrovati, scelti e raccolti tra le pagine più intense e “dimenticate” de I Promessi Sposi

 

Una rilettura de I Promessi Sposi a cura di Laura Bianca Costa

Letture sceniche di e con Andrea Damarco

Un progetto originale di Replicante teatro in collaborazione con il Comune di Gressan

dedicato al pubblico della terza età

Per il nuovo titolo di “Ti dico un libro” 2022, visto il successo ottenuto con DECAMERON (che è stato allestito nel 2021 e dedicato principalmente per il pubblico della terza età), abbiamo pensato di proseguire con un nuovo viaggio, questa volta ne “I Promessi Sposi. Dal mese di novembre, infatti, Replicante teatro e il suo il pubblico si riuniscono ogni giovedì – per undici settimane consecutive – nello spazio Heptagon di Gressan.

  • giovedì 10 novembre – Del marchese erede
  • giovedì 17 novembre – Di Don Abbondio
  • giovedì 24 novembre – Del mercante, padre di Ludovico
  • giovedì 1° novembre – Dell’addio di Lucia ai suoi monti
  • giovedì 22 dicembre – Di Renzo all’osteria della Luna Piena
  • giovedì 5 gennaio – Del sarto
  • giovedì 12 gennaio – Del dottore Azzecca-Garbugli
  • giovedì 19 gennaio – Del conte zio e del padre provinciale
  • giovedì 26 gennaio – Di Gertrude dietro alla grata
  • giovedì 2 febbraio        – Della conversione dell’Innominato
  • giovedì 9 febbraio – Della madre di Cecilia

“v’ho detto che era umile, non già che fosse un portento d’umiltà.

N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente,

ma non per istar loro in pari”

  

Il progetto è modulabile e ogni incontro è autonomo e completo nella sua proposta drammaturgica.

Dal 2023 è disponibile anche per il pubblico delle scuole nella sezione “Ti dico un libro- il teatro va a scuola”.

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Ti dico un libro – open – Commedia

by |Novembre 16th, 2023|Categorie: Ti dico un libro - open|tag = |

Ti dico un libro – open 2023/2024

COMMEDIA | dall’Inferno al Paradiso

viaggio poetico nei tre regni

 

 

Introduzione agli episodi e ai canti della “Commedia” e pubbliche riflessioni a cura di Laura Bianca Costa

Letture sceniche di Andrea Damarco

Un progetto originale di Replicante teatro in collaborazione con il Comune di Gressan

dedicato al pubblico della terza età

COMMEDIA | dei tre regni

  •  giovedì 16 novembre: INFERNO Canto I – la selva oscura/PURGATORIO Canto I – la navicella dell’ingegno/PARADISO Canto I – La gloria di colui che tutto move

INFERNO | il pozzo dell’immobilità

“Ma se le mie parole esser dìen seme

che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,

parlare e lagrimar vedrai insieme”

  • giovedì 23 novembre: Canto III – gli ignavi e Caronte/Canto V – Paolo e Francesca
  • giovedì 30 novembre: Canto XXI – i barattieri/Canto XXX – Mastro Adamo
  • giovedì 7 dicembre: Canto XXXIII – Conte Ugolino

PURGATORIO | la valle dell’apprendimento

“E non solo una volta, questo spazzo

girando, si rinfresca nostra pena:

io dico pena, e dovria dir sollazzo”

  • giovedì 14 dicembre: Canto V – Bonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei
  • giovedì 21 dicembre: Canto XI – Superbi
  • giovedì 4 gennaio: Canto XXIII – Golosi

PARADISO | il fiume di luce

“Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna”

 

  • giovedì 18 gennaio: Canto III – Agape
  • giovedì 25 gennaio: Canto XXVII – San Pietro/Canto XXX – letizia
  • giovedì 1 febbraio: Canto XXXIII – Empireo

 

ORE 14:50 – Spazio Eptagono – Maison Gargantua

Frazione Moline, 3 – Gressan

 

Info e prenotazioni

biblioteca@comune.gressan.ao.it0165.250946

Il progetto è modulabile e ogni incontro è autonomo e completo nella sua proposta drammaturgica.

Dal 2024 è disponibile anche per il pubblico delle scuole nella sezione “Ti dico un libro- il teatro va a scuola”.

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Ti dico un libro – open – 48 Fortieit

by |Novembre 1st, 2024|Categorie: Ti dico un libro - open|tag = |

Ti dico un libro – open 2024/2025

48 | fortieit  – Il morto che parla

 

dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters

 

 

Il numero 48 è composto di due numeri sacri: 4 e 8.

Sommati, danno un altro numero sacro: 12.

Il 12 rappresenta la perfezione.

Per tale motivo, fin dai tempi più antichi, è stato messo in relazione alle cose divine, ai messaggi dall’oltretomba; quelli che ci legano con l’Aldilà.

Per il 2024/’25, abbiamo scelto di proporre una rivisitazione dell’”Antologia di Spoon River” di E. Lee Master al fine di creare 9 appuntamenti capaci di coinvolgere il pubblico in un altro viaggio “tra bei ragionamenti e parlar basso” proprio come le tre edizioni precedenti hanno permesso che questo accadesse.

 

Questa declinazione dello storico progetto Ti dico un libro, espressamente dedicata al pubblico della terza età (ma che ha riscosso grande successo anche con i più giovani: molti insegnanti e studenti, appena possono, si presentano il giovedì pomeriggio all’Heptagon e seguono gli incontri insieme col pubblico degli “abbonati”), è entrata a far parte di un “classico” delle nostre proposte.

 

***

 

 

48 – fortieit – il morto che parla: essendo morto, adesso, ciascuno può parlare. Liberamente. Senza ricatti. Al netto, quindi, di ogni puritanesimo e d’ ogni ipocrisia.  Essendo morto, adesso, ciascuno dice ciò che vuole, e se ne può infischiare della morale comune e delle regole sociali che, oramai, non possono impedire più qualsiasi verità. Ciò che la vita non ha permesso d’essere, lo permette la morte.

 

Introduzione agli epitaffi e pubbliche riflessioni di Laura Bianca Costa

Pagine scelte e letture a cura di Andrea Damarco e Alexine Dayné

Un progetto originale di Replicante teatro in collaborazione con il Comune di Gressan

dedicato al pubblico della terza età con la partecipazione, per la IV edizione, di framedivision

 

17 ottobre:  slipin on de il| A’ livella-The hill-Fiddler Jones-George Gray

24 ottobre: laif fir| Griffy the Cooper-Elisabeth Childers-Johnnie Sayre-Lucinda Matlock

31 ottobre: LOV EIT | Ollie McGee-Fletcher McGee-Amos Sibley-Mrs Sibley-William and Emily

14 novembre: UOR END FLAG | Harry Wilmans-Godwin James-John Wasson-Rebecca Wasson

21 novembre: FEMILI TOMB END FRIENZ | Benjamin Pantier-Mrs Benjamin Pantier-Reuben Pantier-Emily Sparks-Trainor, the Druggist

28 novembre: SADDEN DEPARTIUR | Harold Arnett-Roer Heston-Bert Kessler-Willard Fluke

5 dicembre: POETS END LOST | Minerva Jones-Robert Davidson-Ernest Hyde-Francis Turner-Dippold the Optician

12 dicembre: MEN-UEISTZ |Chase Henry-Frank Drummer-Aner Clute-Mabel Osborne

19 dicembre: PAUER MEN END SLAT | Thomas Rhodes -Judge Selah Lively-Jeduthan Hawley-Daisy Fraser

 

ogni giovedì, alle ORE 14:50 – Spazio Eptagono – Maison Gargantua

– Frazione Moline, 3 – Gressan

Info e prenotazioni

biblioteca@comune.gressan.ao.it – 0165.250946

Il progetto è modulabile e ogni incontro è autonomo e completo nella sua proposta drammaturgica.

Dal 2025 è disponibile anche per il pubblico delle scuole nella sezione “Ti dico un libro- il teatro va a scuola”.

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Acalcinci

by |Maggio 23rd, 2012|Categorie: Produzioni|

REPLICANTE teatro & ERETS Quartet in

ACALCINCI

che in “bislacco antico” significa SCOMPARSI

un progetto di Andrea Damarco

Matteo Cosentino: percussioni

Federico Gregori: chitarra

Carlo Alberto Lupo: violino

Andrea Minieri: basso acustico

Andrea Damarco: parole

Acalcinci

Si tratta di un concerto spettacolo suonato e narrato da quattro musicisti e un attore.

Storie dalla tradizione Yiddish immerse tra le sonorità a tratti scoppiettanti e a tratti malinconiche del Klezmer…Ci sono cinque uomini in scena scena! E ombre… Sono tutti a lume di lampione… L’uomo che picchia il tamburo non è un uomo violento. Ma è ossessionato dal tempo; e lo percuote come un padre antico e autoritario.L’uomo che ha scelto il basso è amico delle piante e ha nostalgia del corpo di una donna: ha trovato le corde che da sempre legano la donna alla pianta… e le fa vibrare. L’uomo con la  chitarra amava il pianoforte, ma è un uomo che scappa; e non si corre con un pianoforte attaccato al collo… Il violino, invece, è un uomo che ama i colori, la resina, il legno. Ha scelto colori intrecciati che tagliano il mondo mentre suonano ogni dolore. E quando la tristezza gira… diventa allegria. Credetegli. E poi c’è l’uomo che parla.  E’ un uomo che ha molte cose da dire, quello… Non agli altri, ma a se stesso. E’ un uomo che si imbroglia: per questo ha scelto le parole: sono bugiarde. Ma solo per disperazione. Insieme vanno in giro, in giro per il mondo. A volte si fermano, si siedono e… suonano, bevono, e raccontano balle… Loro credono che la verità stia nascosta nelle balle: oh, non quelle che stanno appese dentro le mutande, ma quelle appese alle idee. Le idee girano dentro la testa… Girano. Come a volte le balle. Ma, forse, di tutto quello che dicono e diranno, a parte la Shoah, non è vero niente perché, quando musica e teatro si trovano e cominciano a giocare, tutto ciò che accade è che le storie cominciano a girare e… allora, tra il falso e il vero, ci si accorge che ci sta la stessa differenza che può esserci tra un uomo e le sue ombre: serve molta luce per notarla.

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Cappuccetto Rosso

by |Maggio 23rd, 2017|Categorie: Produzioni|

CAPPUCCETTO ROSSO


Come in tutte le favole di Perrault, anche in quella di Cappuccetto Rosso, dietro un’apparente semplicità, vengono affrontati temi estremamente complessi: quelli della violenza, della morte e dei cattivi incontri…Fondamentale quello dell’iniziazione in chiave antropologica: per diventare grandi occorre superare la foresta con tutti i suoi pericoli e… chi sbaglia, paga.

In Cappuccetto Rosso, però, a differenza di altre favole di C. Perrault, non esiste il lieto fine: il lupo divora la nonna e la bambina compiendo un vero e proprio massacro. A mettere il lieto fine provvederanno solo i fratelli Grimm, più di un secolo dopo, inventando la figura di un “giustiziere”, il cacciatore, che salverà la nonna e Cappuccetto uccidendo il lupo.

Partendo dalla fiaba di Perrault e dalle sue contaminazioni, è nato uno spettacolo che si impernia intorno ai diversi punti di vista dei suoi protagonisti. La favola, infatti, è raccontata tre volte, ma si tratta di tre storie diverse, in quanto la percezione degli avvenimenti viene profondamente modificata dalla prospettiva da cui – questi – vengono osservati; scaturisce quindi, un senso relativo della verità, che non può e non deve essere una sola e, soprattutto, mai fine a sé stessa.

La mamma racconta una storia cupa e angosciata, espressione delle sue paure e del suo modo di percepire la foresta (la vita, il mondo) che in un modo o nell’altro le porterà via la sua bambina.

Il lupo narra, invece, la sua storia (una storia ironica), la sua verità: un Cappuccetto Rosso che non riveste alcun valore affettivo, ma semplicemente alimentare, di sopravvivenza: mors tua vita mea.

Quello di Cappuccetto Rosso, infine, è un racconto pieno di stupore, di incantamenti e di timori, di ingenuità anche, ma, al tempo stesso, di disillusioni: è l’adolescente che subentra al bambino che fu e che, d’un tratto, percepisce la vita in tutta la sua potenza, vacillando di fronte alla scoperta di quell’abisso.

E poi… c’è una quarta verità: quella degli attori, da cui dipendono le verità dei personaggi che, senza gli attori, non avrebbero modo di esprimersi, in quanto non sono esseri che vivono di luce propria ma solo stimoli rannicchiati tra le pieghe della creatività; canovacci per attori che si fanno autori di un mondo fittizio, il Teatro, che meglio può dire, però, e con “piacere”, verità spesso occultate da una percezione troppo realistica della realtà.

Una produzione di Replicante teatro

Concept: Andrea Damarco e Lilliana Nelva Stellio

Testo, Drammaturgia e Regia: Andrea Damarco

Con: Andrea Damarco, Alexine Dayné, Loredana Iannizzi

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SPARATO: (s)concerto per SANKARA

by |Maggio 23rd, 2016|Categorie: Produzioni|

Sparato – (S)concerto per Sankara

un progetto di Andrea Damarco e Marco Giovinazzo

Lo spettacolo nasce nel 2016 a seguito di un viaggio in Burkina Faso e  dalla volontà di Andrea Damarco e di Marco Giovinazzo di non abbassare mai la guardia nei confronti di alcune problematiche. Ad esempio quelle legate alla difficile realtà dei migranti, della cooperazione internazionale e dell’integrazione. Nonché alle reali cause che determinano instabilità in alcuni paesi e, di conseguenza, la necessità, per certi popoli, di fuggire dalla loro terra.

Il 2022 ha visto la compagnia impegnata a riallestire lo spettacolo dedicato al Che Guevara africano arricchendolo con la presenza di due nuovi musicisti: Lorenzo Guidolin e Maurizio Amato

scritto e narrato da Andrea Damarco

musicato dal vivo da:

Maurizio Amato – djéli ‘ngoni basse, basso elettrico

Matteo Cosentino – afrodrum

Lorenzo Guidolin – balafon

Luci e suono Alessandro – Longo

“Sono tornato di recente dall’Africa… Burkina Faso, ex Alto Volta… Il paese in cui nacque e morì – sparato – un uomo: Thomas Sankara. Manco sapevo chi fosse… Poi ho saputo. È il Che Guevara africano. Ma non fumava il sigaro… Non so nemmeno se fumasse ma… se fumava, fumava roba buona perché aveva un sogno potente: fare con l’Africa, quello che il Che voleva fare con l’America Latina. Pensate… Lui sognava un mondo giusto… un mondo in cui uno ha diritto di essere felice sì, ma solo a patto che lo siano anche tutti gli altri… Sparato!”

Questo è l’incipit dello spettacolo.

Sono appunti di viaggio, riflessioni, pensieri di e su un uomo che è stato un grande rivoluzionario contemporaneo, Thomas Isidore Noël Sankara: nato il 21 dicembre del 1949 a Yako (Alto Volta) fu assassinato il 15 ottobre del 1987 a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso) “probabilmente” da Blaise Campaoré – il suo migliore amico (e subito dopo avergli sparato, Presidente del Burkina fino al dicembre del 2015). Dietro, pare ci siano Francia e USA… Pare. Ci sembra importante continuare a parlare di lui, di Thomas Sankara, perché la luce non è mai abbastanza chiara.

Si tratta di uno studio, di un primo approdo a seguito di questa prima navigazione. Come scriveva Walter Benjamin, l’origine è la meta e custodisce l’autentico, quindi traccia la via senza farsi spazientire dal vagare dello sguardo. Stiamo navigando verso uno spettacolo di narrazione dove il narrato acquisti un’ampiezza di vibrazioni che manca all’informazione, dove il narratore (attore o musicista non importa, semmai tutti e due insieme!) descriva le idee come costellazioni del cielo, e il loro rapporto con le cose come il rapporto che c’è tra quelle immagini e le stelle vere e proprie.

“Entre le riche et le pauvre

il n’y a pas la même morale.

La Bible, le Coran

ne peuvent pas servir dans la même manière

celui qui exploite le peuple et celui qui est exploitée.

Il faudra deux éditions de la Bible… et deux du Coran”

Thomas Sankara

  • Una foglia, una storia. Vita di Thomas Sankara Valentina Biletta – Ed. dell’Arco
  • Thomas Sankara. I discorsi e le idee Introduzione di Paul Sankara – trad. di Marinella Correggia – Ed. Sankara
  • L’Africa di Thomas Sankara. Le idee non si possono uccidere. Carlo Batà – Ed. Achab
  • Sankara Alessandro Aruffo – Massari Editore
  • “ … e quel Giorno uccisero la felicità” Silvestro Montanaro – C’era una volta – RAI 3
  • Estate 2015. Appunti su un viaggio in Burkina Andrea Damarco

Bisognerebbe, ora, che queste pagine bianche, sì,

tutte queste pagine diventassero irte di rupi rossicce,

e si sfaldassero in una sabbietta rossa e fine: la terra del Burkina.

Cubetti di terra in mezzo a campi coltivati, adesso: casette.

Riuscite a immaginarle?

Ora, tagliata in due da una strada affollata,

lunga e diritta,

percorsa da auto, camion e biciclette,

sui due lati scorre la campagna.

Tutto qui, tutto qui, su queste pagine ho dovuto farci stare:

la strada maestra polverosa,

i carretti tirati dai somari;

infinite motociclette,

e auto sgangherate piene di facce e di pacchi straripanti

e di animali legati su ogni tetto;

e poi donne, a piedi, con enormi carichi poggiati sulla testa;

odore di erba e di marcio, bambini e ciabattine;

ragazze diritte e fiere nelle loro schiene di vent’anni;

odore di fumo, di fango, di marcio e di pioggia;

odore di pelle bagnata e di gasolio, di fogne, di cielo, e di carbone…

di pollo.

Dolciastro. Bruciato. Speziato.

Ecco, una linea rapida della mente, e siamo in centro alla città.

Un altro tratto, ed ecco una folla di uomini e donne e bambini.

Qui, in mezzo a tutti questi fogli, in mezzo a tutto ‘sto casino,

c’è un uomo che parla.

Sorride

e, tutti intorno,

quegli uomini, quelle donne e quei bambini.

Ci sono anche militari e contadini.

Tutti insieme.

E quell’uomo sorride e parla.

Non è Gesù.

O magari è lui, ed è tornato;

e chi lo sa!

E si chiama Thomas – questa volta – Thomas Sankara.

Appunti di un viaggio in Burkina (estate 2015 – Andrea Damarco)

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EMERGENZA COVID-19

by |Maggio 23rd, 2020|Categorie: Produzioni, Ti dico un libro|

Ascolta il podcast del programma sul sito di RadioProposta

Ascolta le puntate

Puntata del 23 marzo

Puntata del 24 marzo

Puntata del 25 marzo

Puntata del 26 marzo

Puntata del 27 marzo

Puntata del 30 marzo

Puntata del 31 marzo

Puntata del 1° aprile

Puntata del 2 aprile

Puntata del 3 aprile

Puntata del 5 aprile

Puntata del 6 aprile

Puntata del 7 aprile

Puntata del 8 aprile

Puntata del 13 aprile

Puntata del 14 aprile

Puntata del 15 aprile

Puntata del 16 aprile

Puntata del 17 aprile

Puntata del 19 aprile

Puntata del 20 aprile

Puntata del 21 aprile

Puntata del 22 aprile

Puntata del 23 aprile

Puntata del 24 aprile

Puntata del 26 aprile

Puntata del 27 aprile

Puntata del 28 aprile

Puntata del 29 aprile

Puntata del 30 aprile

Puntata del 3 maggio

Puntata del 4 maggio

Puntata del 5 maggio

Puntata del 6 maggio

Puntata del 7 maggio

Ti dico un libro #iorestoacasa

Replicanteteatro per l’emergenza COVID-19

In questo momento di emergenza proponiamo il nostro progetto TI DICO UN LIBRO in una versione inedita, sperimentale, per continuare a rimanere in contatto con le persone attraverso gli strumenti che ci sono possibili. Creatività in emergenza. Un desiderio di vicinanza che per mezz’ora al giorno si realizza cosi, come una piccola-radio-londra. Perché la normalità è un’apparenza, e a volte bisogna ascoltarla con una certa intenzione.
Replicante teatro, cioè Barbara Caviglia e Andrea Damarco, in diretta telefonica con Fabiola Megna di Radio Proposta in blu. Tutti i giorni diretta telefonica alle 20.30 107.8 fm o in streaming (nazionale e internazionale) sul sito di Radio Proposta in blu. I podcast delle puntate possono essere ascoltati qui, o scaricabili dai link qui a fianco.


Non è la ricchezza che manca al mondo, ma la condivisione. È povera la stagione in cui chi ha voce non la usa per impegnarsi su ciò che accade intorno a lui. In questo momento così difficile ed incerto, ci fa piacere poter fare anche noi la nostra parte, con gli strumenti che abbiamo a disposizione. Un piccolo dono rivolto a tutti coloro che avranno piacere di condividere un momento della giornata con noi, per trascorrere mezz’ora in nostra compagnia e soprattutto in compagnia di un racconto. Perché come Sherazade insegna, anche questo può avere la sua importanza nell’affrontare un momento di difficoltà.
Il progetto Ti dico un libro nasce dieci anni fa da una convinzione: la lettura ad alta voce esprime una possibilità di arricchimento e di scoperta sia per chi legge sia per chi ascolta. Il testo diventa materia comune attraverso cui affiorano emozioni ed esperienze da condividere. Attori e ascoltatori entrano in una relazione particolare – che è già teatro.
All’inizio di marzo abbiamo proposto alle Istituzioni scolastiche con le quali collaboriamo di mantenere attivo il progetto nonostante le difficoltà dei tempi, e questo ci ha reso possibile continuare ad incontrare i ragazzi, anche se attraverso il web e non con la presenza fisica.
Ma abbiamo pensato che potesse essere possibile stabilire un contatto anche con il resto della popolazione, e così è nato TI DICO UN LIBRO #iorestoacasa, accolto da Radio Proposta in blu.
Per le dirette telefoniche su Radio Proposta in blu abbiamo mantenuto l’intenzione del progetto originario ma abbiamo scelto un titolo non in repertorio. Lo abbiamo scelto in maniera estemporanea, istintiva: “La boutique del mistero” di Dino Buzzati. È una raccolta di racconti brevi (31) in cui il verosimile e l’improbabile diventano parte di un quotidiano semplice e complesso insieme, ma reale come mai. A differenza di quanto facciamo normalmente per il progetto, cioè di curare drammaturgie originali dei testi scelti, questa volta, per rispondere rapidamente alla necessità, abbiamo pensato di leggere un racconto ogni sera direttamente dal libro. Con un desiderio e una volontà di aprire virtualmente tutte le nostre case e soprattutto di mantenere libere e aperte tutte le nostre menti allo scambio e alla relazione, in questi tempi difficili di chiusure forzate.
In un momento così tragicamente concreto e allo stesso tempo surreale, come quello che stiamo vivendo, ci è parso potesse essere adatto alla situazione. Per stare bene insieme ma anche per condividere attraverso i testi piccole riflessioni sul nostro presente.
Anche noi siamo forse in quella boutique buzzatiana misteriosa, abbandonata, avvelenata?
Certamente anche noi viviamo in luoghi in cui si consuma il normale e in cui il normale diventa mistero appena lo si osserva spostando la luce, lo sguardo, le angolature.


Note sul testo
Nella prefazione de “La Boutique del mistero” di Dino Buzzati, pubblicata per la prima volta nel 1968,
si legge:
(…) in questi racconti il mistero si presenta sotto due aspetti:
– come invenzione pura, dove immaginaria è l’intera situazione; o come creazione fantastica,
con una precisa funzione significante e con un senso da scoprire e da interpretare.

È però possibile suddividere il tema buzzatiano del mistero secondo un’altra modalità di classificazione, che tenga conto del modo in cui viene attuato il rapporto tra mistero e realtà.
Ci sono dei racconti di Buzzati che dichiarano subito ciò che sta dietro la vicenda;
altri che trattano come naturali certi impulsi dell’inconscio e certi sentimenti, di solito non confessati;
altri che, attraverso fantasmagorie d’ogni tipo, intendono polemizzare con una tesi preventivamente avvertita dall’autore;
altri, infine, che non hanno altro obiettivo se non quello del gioco gratuito.
(…) Buzzati, nella sua “Boutique”, sceglie parole del linguaggio parlato: non sono parole ricercate e artificiose, le sue, sono parole di cui tutti noi ci serviamo per comunicare tra noi ogni giorno.
(…) È un linguaggio, il suo, volutamente non prezioso; all’interno del gioco delle trame e delle soluzioni, è proprio la parola più usuale, o addirittura la più frusta, che diventa segno di ambiguità, di mistero, di illusione, di paura.

Dalla “boutique avvelenata” alla “Foresta Sacra”

Dino Buzzati ha 29 anni quando pubblica “Il segreto del Bosco Vecchio”.
È il 1935.

L’Italia è in guerra con l’Etiopia, la Società delle Nazioni ci isola dal contesto mondiale, Hitler inaugura le leggi razziali, Mussolini si consolida e la censura cresce, inaugurando un tempo di vita fittizia e stranita, in apparenza intransigente ma in realtà corrotta e licenziosa…
Il fascismo ha ormai realizzato la cultura dell’azione e il suo primato sulle categorie del pensiero. Molti gli scrittori sommersi dalla propaganda; pochi gli scampati, attraverso le vie del bello scrivere, dell’ermetismo, del realismo magico, dell’evasione.
Dal canto suo, Bosco Vecchio è un mito: è la foresta sacra dove affondano le loro radici l’infanzia dello scrittore e quella dell’umanità, dimensione incontaminata che simbolizza la vita come forza gioiosa e gratuita, disinteressata ed eterna, sopra le transitorie, ancorché obbliganti, fenomenologie dei poteri.

Bosco Vecchio è abitato da un popolo di “geni”, custodi degli alberi, titolari della magica possibilità di trasformarsi a piacere in animali o in uomini, nonché di uscire dai loro domestici tronchi per vivere una vita del tutto uguale alla nostra.
Un “fantastico”, questo di Buzzati, che ci fa credere nell’incredibile perché i suoi segreti, le sue magiche coincidenze, le sue rivelanti metamorfosi, i suoi suscitanti sortilegi, sono un inverosimile che ci aiuta a esaurire il verosimile.

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Ti dico un libro – Il teatro va a scuola

by |Marzo 23rd, 2022|Categorie: Produzioni, Ti dico un libro|

Repertorio disponibile:

I

“La fattoria degli animali o Del Sogno e Del Potere” 

da La fattoria degli animali di G. Orwell

II

“Cavalieri inesistenti o Dell’Essere e Dell’Esistere

da Il cavaliere inesistente di I. Calvino

III

“Cuore o Della Persuasione” 

da Cuore di E. De Amicis

IV

“Giobbe o Del Dolore

da Il Libro di Giobbe dell’Antico Testamento

I

“Il Grande Inquisitore” 

da I fratelli Karamazov di F. M. Dostoevskij

II

“Il Grande Fratello”

da 1984 di G.Orwell

III

“La Grande Foresta”

da Il segreto del Bosco Vecchio di D. Buzzati

Intelletto e Visione
“Per correr miglior acque alza le vele / omai la navicella del mio ingegno, / che lascia dietro a sé mar sì crudele…”
(Pg, I, 1-3)

dalla Commedia di Dante Alighieri

I – Inferno

primo movimento
[…] Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate. 
[…]  If, III 7-9

II – Purgatorio

secondo movimento
[…] Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
dicendo: “Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi ‘n dietro si guata”. 
[…] Pg, IX 130-132

III – Paradiso

terzo movimento
[…] Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna: […] Pd, XXXIII 85-87

cronache di possibili svolte
liberi adattamenti per la lettura scenica
di Barbara Caviglia e Andrea Damarco

da I promessi Sposi di Alessandro Manzoni

L’uomo assomiglia a ciò che comprende, scriveva J. W. Goethe. E i personaggi dei Promessi Sposi assomigliano al paesaggio e all’ambiente – naturale e organico, ma anche  metaforico in quanto zona interna e chiaroscura del proprio autore in cui Manzoni li ha fatti  nascere e crescere e vivere. Per Gertrude, Monaca di Monza, sono gli spigoli di un quadrato nero, potenziale embrione di tutte le possibilità, ma mai moltiplicato in costellazioni e quindi simbolo di Reclusione etica e morale prima che fisica – che la impedisce. Per Francesco Bernardino Visconti, l’Innominato, è l’aerea verticalità della sua Fortezza, in bilico tra due abissi, eppure già così vicina al cielo – che la richiama. E’ noto: il paesaggio o l’ambiente da cui queste figure affiorano è come una sorta di ouverture che le annuncia svelandone l’anima. Che le tradisce mostrandone un’intimità che le fa persone reali. E proprio perché persone reali, e al contempo funzioni letterarie, ci è parso interessante costruire un percorso attraverso due “pale d’altare”, due condizioni di possibilità.

I – Di Gertrude, Monaca di Monza

Una notte calata sull’Umanità

II – Di Francesco Bernardino Visconti, l’Innominato

Io sono però

In occasione del centenario della fine della Grande Guerra

<< Vedo luccicare i chiodi delle cento scarpe ferrate.
Pochi hanno serbato le proprie.
Avevano mogli o padri a cui doverle passare.
Erano scarpe aspettate.
Eppoi, sono stati tentati più dalle scarpe nuove che dalla patria >>

Memento nostri

un viaggio tra le due guerre mondiali attraverso la figura degli Alpini rileggendo pagine da

Piero Jahier: Con me e con gli alpini– Paolo Monelli: Scarpe al sole – Emilio Lussu: Un anno sull’altipiano – C. De Franceschi/A. Gransignih: Le portatrici Carniche – M. Rigoni Stern: Il sergente nella neve – Lamberti: Lamento nella bufera della steppa – Nelson Cenci: Dove la naja la fanno anche i muli – Giulio Bedeschi: L’armata italiana in Russia – Gaetano Agnini: Storia di Gigi, un alpino del Garda – Don Carlo Gnocchi: Cristo con gli alpini – U. Quattrino: Sacrificio di alpini sul Don – lettere e testimonianze dei Soliti Ignoti rimaste intrappolate su fogli scampati a due guerre mondiali.

Memento Nostri è dedicato a chi, la guerra, ha dovuto accettarla come fatto storico al quale non ha potuto sottrarsi ma, con dolore e sacrificio, l’ha affrontata due volte in cinquant’anni. Sono pagine che scorrono come il sangue; che ripudiano il grido; che richiamano a considerare che ogni guerra, anche oggi (soprattutto oggi), è organizzata e voluta sempre da chi, poi, si guarda bene dal volerla combattere (e pagare) personalmente.

Abbiamo pensato quest’anno alla letteratura epica delle origini – tanto intrecciata al Mito, capace di polarizzare le aspirazioni di una comunità o di un’epoca elevandosi a simbolo privilegiato e trascendente, anzi nata dall’esigenza di conservare nel tempo la memoria delle proprie origini e rielaborarla, per trasformarla in un patrimonio che fonda la cultura della comunità cui si appartiene, attraverso la narrazione delle azioni dell’Uomo. Vorremmo dunque partire da una Memoria che non è ricordo ma esperienza, patrimonio collettivo da cui muovere per riconsiderare il presente e attuare quell’altra forma di presente continuo che per convenzione l’uomo ha chiamato futuro; da quella Memoria intesa come costruzione complessa, fatta di rimozioni e di riconoscimenti attraverso riflessioni individuali e collettive, che riesce per questo a costituire una componente identitaria essenziale nella vita degli individui e delle società. Coerentemente con il disegno progettuale che Replicante ha fatto suo per l’anno 2018, proponiamo quindi uno spettacolo originale di lettura drammaturgica e d’attore a partire dall’Iliade di Omero.

Ci sembra che per guardare lontano nel Tempo sia necessario vivere bene il proprio Tempo – esserne impregnati – aver maturato un forte rispetto di sé e del proprio paesaggio-mondo, non voler solo sopravvivere; attuare valore e possedere le doti dell’intensità e dell’empatia, per comprendere – e non più solo capire – la propria esistenza e l’esistenza di altri individui, vincendo la sottile assuefazione che ci rende refrattari ai conflitti. Sentire e vedere “in prima persona” la realtà in cui viviamo non identificandosi o appropriandosi dell’emozione o intenzione altrui, ma accogliendo i vissuti nel proprio orizzonte vitale, emotivo e cognitivo. L’arte – e nel nostro caso la letteratura e il teatro – possono essere uno strumento di pensiero creativo utile, in primis attraverso lo sviluppo della facoltà d’immaginare, per partire da sé e confrontarsi con altri mondi, altri individui e altre esperienze, in un percorso attivo di scambio e conoscenza. Ancor di più se la letteratura porta con sé valori simbolici che rappresentano realtà inattingibili da parte della ragione, come accade nella letteratura epica delle origini.

Intendi quale ritmo regge gli uomini

liberamente tratto da Iliade di Omero

una drammaturgia originale di Barbara Caviglia

traduzioni di riferimento: Salvatore Quasimodo, Rosa Calzecchi Onesti

No, non c’è nulla più degno
di pianto dell’uomo,
fra tutto ciò che respira
e cammina sopra la terra …

Omero, Il XVII, 446-447

Cuore, mio cuore, straziato da dolori insanabili
rialzati;
delle gioie sii felice, delle pene affliggiti,
tuttavia non troppo:
intendi quale ritmo regge gli uomini

Archiloco, fr.128

E dunque canta, o dea, l’ira fatale
di Achille, figlio di Peleo, che dolori
senza fine portò agli Achei

Omero, Il I, 1-2

e a lui stesso
sofferenza nel cuore – e pianto.

Abbiamo pensato quest’anno alla letteratura italiana contemporanea, per testimoniare – in questo momento storico così difficile – il valore e il significato dell’Arte viva, qui e ora. Specificatamente, proponiamo le voci calde ed esatte di due scrittori impegnati che non temono di parlare forte. In questi tempi di social e realtà virtuale, la Letteratura deve avere ancora – e, come il Teatro, per noi ce l’ha – una funziona etica e sociale attiva e addirittura salvifica. “Se viviamo è per marciare sulla testa dei re, fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo). Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla ubris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. […] È povera la stagione della nazione in cui chi ha voce non la usa per impegnarsi su ciò che accade nel mondo. […] Uno scrittore mentre scrive frigge, e quando esce fuori con un articolo o un libro: rischia. Dal disinteresse al linciaggio. Se non scrive libri pensando alle fette di mercato, alle tasche degli adolescenti, se non ammicca al lettore, se non pensa che da quel libro ci si potrà cavare un film, cioè se è onesto intellettualmente, lo scrittore rischia […]. Se non hai una voce amplificata te ne resta una melismatica: quella della letteratura, che è una voce necessariamente lenta. La letteratura non crea instant book , abbisogna di tempo, e quel tempo può durare pure vent’anni, pure cento. Magari ne duri cento, cinquecento, mille: che qualcuno torni a essere “cantastorie” come Sofocle, che si possa venir citati come Harry Percy di Northumberland nell’Enrico IV” (Valeria Parrella su L’Espresso – 4 giugno 2016).

TI DICO UN LIBRO: fare del libro materia vivente e critica da cui trarre di volta in volta

il nutrimento necessario al ragionamento che si propone.

Grembo di madre

Da Tempo di imparare, di Valeria Parrella

E io mi preparo.

La mattina faccio la cartella: elmetto, e mela per la merenda.

Fucile e quaderno a quadretti grandi.

Marca da bollo e penna con l’impugnatura facilitata.

Vestito buono e cuore cattivo.

Mi preparo – ma accettare, quello ancora non riesco

La lunga strada azzurra

Da L’ultimo viaggio di Sinbad, di Erri De Luca

Poi un grido dal basso. Un nome: … Gridato da madre,

da sirena, da cagna. Un nome strappato via dal cuore e

gettato al largo a sillabe disperate. Ho imparato da giovane

la musica, perciò potrei ri-suonare quel nome: …

Chissà perché, il dolore si fissa meglio in un solfeggio, in

una cantilena. E quel nome mi ha lasciato una cicatrice

musicale nella testa

Ospiti in classe scelti in collaborazione con le associazioni GIROTONDO e  TRAIT d’UNION

 

L’edizione speciale decennale – COMUNITA’ E RISVOLTI UMANI porta con sé una importante novità:

un titolo tra quelli proposti nel progetto Ti dico un libro – il teatro va a scuola, diventa materia per un laboratorio con gli studenti sul tema delle migrazioni e apre al confronto tra i ragazzi e la loro città attraverso tre serate di restituzione pubblica all’interno del Festival Toubab – incroci di culture.

La lunga strada azzurra (da L’ultimo viaggio di Sindbad, di Erri de Luca)– 5, 6, 7 marzo 2020 / Cittadella, sala Caffetteria / ore 18.00

Una lettura pubblica degli studenti della IV B ITT dell’I.S. ITPR C.Gex / Aosta.

Dal laboratorio condotto da Replicante teatro in collaborazione con la prof.ssa Paola Collatin. 

Al termine della performance, un incontro dibattito sul tema delle migrazioni con ospiti scelti dai ragazzi.

È povera la stagione in cui chi ha voce non la usa per impegnarsi su ciò che accade intorno a lui. Crediamo in  una scuola attiva fondata sulla persona e sull’approccio maieutico, in cui il teatro sia portatore del proprio senso originario: essere un rito collettivo per prendere coscienza delle tensioni dell’esistenza. Non è la ricchezza che manca al mondo, ma la condivisione.

Con Ti dico un libro – il teatro va a scuola si sperimenta la possibilità di una scuola senza giudizio dove potersi esprimere con libertà, piena di contenuti dai quali trovare pensieri propri. Questa è la scuola che vorrei”. 

“Il progetto favorisce la partecipazione attiva degli alunni e trasforma la classe in comunità ermeneutica”

(cit.insegnanti).

Il progetto è realizzato con il cofinanziamento dell’Assessorato Istruzione, Università, Ricerca e Politiche giovanili con risorse regionali del Fondo per le politiche regionali (L.R. 12/13 – Avviso pubblico “1-2019”. Partners di progetto:Istituzione scolastica ITPR C.Gex / Aosta, Istituzione scolastica ISIT I.Manzetti / Aosta, Cittadella dei Giovani / Aosta, Associazione Girotondo, Trait d’Union Cooperativa Sociale, Zonta Club Aosta Valley – District 30 Area 03

In questo momento di emergenza proponiamo il nostro progetto dedicato alla scuola in una versione inedita, sperimentale, per continuare a rimanere in contatto con le nuove generazioni attraverso gli strumenti che ci sono possibili.

Ti dico un libro da dieci anni porta il teatro a scuola, ovunque essa sia, anche ON LINE!

Il progetto nasce da una convinzione: la lettura ad alta voce esprime una possibilità di arricchimento e di scoperta sia per chi legge sia per chi ascolta. Il testo diventa materia comune attraverso cui affiorano emozioni ed esperienze da condividere. Attori e ascoltatori entrano in una relazione particolare che è già teatro.

A questo si aggiunga il significato esatto contenuto nel titolo della proposta:
“Ti dico un libro”; non “Ti leggo”. Dire è fare propria un’esperienza e poi comunicarla; condividere qualcosa che ci appartiene e che si fa atto concreto.

È povera la stagione in cui chi ha voce non la usa per impegnarsi su ciò che accade intorno a lui. Proponiamo un progetto per una scuola attiva fondata sulla persona e sull’approccio maieutico, in cui letteratura e teatro lavorano in sinergia assolvendo alla propria funzione etica e sociale (e grazie al dibattito, salvifica). Una comunità-classe, un testo, due attori e un esperto che dialogano con i ragazzi: come nell’agorà di una polis, ci si esprime e ci si confronta attraverso stimoli emotivi e razionali. Il progetto attualizza il senso originario del Teatro: essere un rito collettivo per prendere coscienza delle tensioni dell’esistenza. La scelta di andare nelle scuole è anche un modo contingente di far fronte ai gravi tagli degli ultimi anni che compromettono la possibilità di avvicinare i ragazzi al teatro. Non è la ricchezza che manca al mondo, ma la condivisione.

Ti dico un libro – Il teatro va a scuola

Progetto modulare nato nel 2011 che ogni anno si arricchisce: attualmente sono in repertorio 13 titoli.
Attraverso questo progetto la compagnia ha incontrato negli anni oltre 5000 studenti.

Un progetto originale di Replicante teatro per le Istituzioni Scolastiche Valdostane

Ti dico un libro – il teatro va a scuola nasce da una convinzione: la lettura ad alta voce esprime una possibilità di arricchimento e di scoperta sia per chi legge sia per chi ascolta. Il testo diventa materia comune attraverso cui affiorano emozioni ed esperienze da condividere. Attori e ascoltatori entrano in una relazione particolare – che è già teatro.A questo si aggiunga il significato esatto contenuto nel titolo della proposta: “Ti dico un libro”; non “Ti leggo”. Dire è fare propria un’esperienza e poi comunicarla; con-dividere qualcosa che ormai ci appartiene e che si fa atto concreto, anzi: Visione Concreta. E’ il rituale che consente a un concetto di farsi carne, parte del corpo di colui che dice. Nel dire ci si carica del fardello del non riferire. Si diventa ambasciatori disposti a portar pena. Consapevolmente.

Volutamente scarna e diretta, senza trucchi e senza inganni, sobria ma visionaria insieme, questa proposta mira a coinvolgere profondamente il pubblico, in questo caso scolastico, nel tentativo di condividere la gioia e il piacere della lettura come atto concreto, ricercando una concreta relazione biunivoca che permetta, alla conclusione della lettura, un momento dialettico e di scambio che rende il libro un momento attivo.

Ogni titolo desidera muovere una riflessione sui contenuti propri dei libri che verranno “detti”. Una riflessione che possa trasformarsi in uno scambio aperto alle intelligenze e alle sensibilità dei ragazzi: un modo per confrontarsi, per dibattere.

La CORDATA:

UNA NUOVA FORMULA DI PRODUZIONE, INCONSUETA ED INEDITA, A SOSTEGNO DELLA CRESCITA CULTURALE DIRETTAMENTE SUL TERRITORIO DI APPARTENENZA

Il progetto Ti dico un libro – il teatro va a scuola è nato nel 2011 da Replicante teatro, ed è stato per quattro anni a totale carico delle Istituzioni Scolastiche.

Viste le crescenti richieste anno dopo anno, e la volontà di Replicante teatro di andare incontro alle necessità della scuola con un’intenzione politica, per contrastare cioè la forte crisi che ha determinato tagli alla cultura e alla scuola stessa, nel 2015 la compagnia lo ha proposto a una serie di soggetti, con l’intenzione di creare una cordata composta da elementi che facessero parte ed operassero nell’ambito della società civile: abbiamo pensato che, unendo le forze e facendo ognuno la propria parte, si potesse rendere possibile questa avventura anche e nonostante il momento di crisi economica così profonda. Non tutti i partners partecipano economicamente, ma tutti partecipano con le forze a loro disposizione.

Il PROGETTO E’ CRESCIUTO QUINDI ANCHE GRAZIE AL SOSTEGNO DI :

dal 2015

Assessorato Sanità Salute e Politiche Sociali
Assessorato all’Istruzione e Cultura
Istituto Storico della Resistenza  e della società contemporanea in Valle d’Aosta
Sindacati CGIL, SAVT e SNALS
Società Civile (gli studenti e gli insegnanti) – Sostengono, partecipando, questa inconsueta navigazione: quella attraverso la corrente di un fiume, il dibattito, che soprattutto oggi non deve smettere di scorrere.

DAL 2016

Lions club Aosta Mont Blanc
Zonta club of Aosta Valley Area

DAL 2017

Presidenza del Consiglio della Regione Autonoma Valle d’Aosta

DAL 2018

Fondazione Comunitaria della Valle D’Aosta

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Hamelin

by |Maggio 5th, 2017|Categorie: Produzioni|

Hamelin

un progetto di/con Barbara Caviglia e Andrea Damarco

Appunti di lavoro

Hamelin è un progetto nato dalla passione per un teatro di poesia.

Per un teatro che sia una composizione di linguaggi con il racconto sullo sfondo e non in primo piano.

Mentre un racconto, infatti, scorre inesorabile dall’inizio verso la fine, la poesia colpisce e aggancia con una riga, un’immagine, un passaggio, che di fatto contengono il tutto.

Due figure umane – due percorsi attraverso il tragico splendore del reale.

Un luogo, una terra di mezzo tra due abissi – in cui l’errore si compie e si ripete, inesauribile, fino a diventare come una memoria in cui si cade fino alla consapevolezza.

E poi, è tempo di risplendere.

“E noi: spettatori sempre, ovunque / rivolti alla forma e mai con lo sguardo aperto / Essa ci colma. E al bisogno l’assestiamo / Ma ogni volta crolla / La riordiniamo/ E disgreghiamo noi stessi / Chi ci ha rivoltati / così che noi siamo sempre nella posizione / di chi se ne va?” .

Vogliamo pensare ad un essere umano che riconquista la propria capacità critica e di autodeterminazione, la propria volontà di esistere – ed al contempo essere: molecola creativa del mondo.

Grazie alla poesia – che è una forma di conoscenza legata allo svelamento – il progetto è diventato un attraversamento delle geometrie di una città, alla ricerca della storia che l’ha segnata. Una ricerca di vissuti e di ciò che da essi proviene, di ciò che da essi consegue.

Hamelin è uno sguardo a quel definitivo provvisorio che ci dicono occorra a tutti noi per marciare sul futuro. E’ uno scoprire lentamente, passo dopo passo, battuta dopo battuta, che i topi non stanno né in soffitta né in cantina. E che l’unica soluzione è una presa di coscienza, non più solo vera ma autentica.

Il progetto parte da una necessità: attraversare la complessità degli eventi in cui esistiamo, grazie al vero per finta del teatro che illumina l’autentico.

Ripensando la scena come spazio di analisi e rinascita della realtà, essa stessa

diventa allora il luogo – citando Pasolini – che “opera una rapida sintesi della vita passata e la luce retroattiva che rimanda su tale vita ne trasceglie i punti essenziali facendone degli atti mitici o morali fuori del tempo. Ecco, questo è il modo con cui una vita [delle vite] diventa una storia”.

Barbara Caviglia e Andrea Damarco
Replicante teatro

Flli Grimm e tradizione tedesca Il pifferaio di Hamelin / Lewis Carroll Alice nel paese delle meraviglie / Eduardo Galeano Las palabras andantes / J.Wolfgang Goethe Faust / Platone Fedone / Rainer Maria Rilke Elegie duinesi / Sofocle Antigone / William Shakespeare Riccardo III / Wislawa Szymborska / [… ]

Tool / Sting / Michael Nyman / Arvo Pärt / Mariana Sadovska

realizzazione tecnica delle installazioni e delle luci: Paolo Lamberti

realizzazione tecnica della carpenteria in ferro: Giuseppe Fazari

costumi/oggetti: Studio Sossai Bologna

suono: Luca Minieri

HAMELIN

una produzione Replicante teatro con il sostegno di: Regione Autonoma Valle d’Aosta Assessorato Istruzione e Cultura Cittadella/Aosta

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